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VERSO LE ELEZIONI

Salizzoni presenta esposto in Procura

L'ex vicesindaco capolista del movimento: "Sgomento per la volgarità". Il leader: "Espugnata Bologna"
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Giovanni Salizzoni MENTRE la contestazione si dissolve, resta l’amarezza. L’ex vicesindaco Giovanni Salizzoni, capolista per il movimento di Ferrara alla Camera, «sgomento per la volgarità», annuncia un esposto in Procura. «La civilissima Bologna ne esce a pezzi».
Lui, il direttore del Foglio, intanto è già a Imola. «Li senti i fischi? Mi sento come Almirante, anzi come Kappler. E ho la giacca tutta sporca d’uovo». Giuliano Ferrara ride mentre parla al cellulare con un amico nella hall del’hotel Donatello di Imola. Era previsto che arrivasse alle 20.30 per un incontro elettorale. Ma ha dovuto anticipare di almeno un’ora il suo arrivo, portato via dalla polizia in fretta e furia da piazza Maggiore. Anche a Imola il giornalista ha trovato una sonora contestazione di un centinaio di persone, soprattutto donne: fischi (assordanti), cartelli, slogan. Ma niente di più. «Sapevo che Bologna era una città difficile, dura — dice Ferrara —, è la città dove è stato ucciso Marco Biagi del resto, è una città dura. E conosco fior di intellettuali progressisti che abitavano in piazza Verdi e negli ultimi anni hanno traslocato perché non apprezzavano chi la frequentava e come la città era amministrata».

FERRARA NEGA che parlare in piazza Maggiore sia stata una provocazione, una sfida: «Ho parlato dappertutto, e anche a Firenze ero stato contestato duramente. Ma siamo in campagna elettorale, avrò il diritto di parlare, esporre le mie idee?». Però la contestazione era stata annunciata: «Certo, me lo aspettavo, piazza Maggiore è una piazza difficile, che fa da calamita per questo tipo di contestazioni».
Ma il giornalista rivendica di avere vinto la sfida con i contestatori: «E’ molto importante precisarlo, Matilde Leonardi, Giovanni Salizzioni e io abbiamo parlato. Ho potuto parlare per mezz’ora esporre le mie idee nonostante la contestazione e i fischi. Donne? Io ho visto tanti, tanti maschietti».
La situazione però è degenerata: «Mi hanno lanciato di tutto, io gli ho anche mostrato alcuni pomodori che mi hanno tirato, solo dopo abbiamo deciso di andarcene quando ci sono stati gli scontri, ci hanno ammaccato la macchina, ma c’era la polizia intorno a me, non mi è successo niente.».
Prima a Bologna, poi a Imola in un solo giorno, ormai Giuliano Ferrara alle contestazione ci ha fatto il callo: «Finché non degenera — dice —, la contestazione è lecita. Io parlerei volentieri con quelle persone, anche per ore, se si calmassero e si mettessero a sedere per discuterne con me». Fuori, nel frattempo continuano i fischi. La folla urla «Vergogna», «Buffone». E poi c’è il rumore assordante dei fischietti che si sente anche dentro l’hotel. C’è anche un gruppetto di donne che sale al primo piano del Donatello e batte con le mani sulle finestre della sala dove Ferrara deve parlare, lui però è ancora di sotto, nella hall, e i carabinieri le convincono a desistere. Stanco? «No, quando inizio una cosa vado fino in fondo», dice Ferrara, prima di alzarsi. Sono le 21 è ora di iniziare l’incontro nella saletta del primo piano. Ferrara entra fra gli applausi di 100, 150 persone e non rinuncia a provocare ancora: «Abbiamo espugnato Bologna», annuncia.