DA OGGI sulla via Emilia, sotto al cartello stradale della città di Bologna, accanto ai segnali dei 50 all’ora e del divieto di strombazzare, propongo di metterci una bella scritta: «Città del dialogo e della tolleranza democratica». Magari anche uno smile e un simbolo love and peace, che fa tanto ’68.
Ci sono città che avvisano i forestieri di essere «per la pace» (come se qualcuna fosse apertamente per la guerra); altre che aggiungono un bel «denuclearizzata» o un «no Ogm». Bologna, dopo aver accolto a schiaffi e a pomodorate Giuliano Ferrara, può serenamente fregiarsi del titolo di «città del dialogo e della tolleranza democratica» e magari proporre un bel festival sul tema in piazza Verdi. Un happening al quale invitare relatori cubani, cinesi e nordcoreani: tutti grandi e riconosciuti esperti di libero pensiero e di democrazia, un po’ come Alexis de Tocqueville, insomma.
Sarebbe banale dire che no, così non si fa, non si spintona un candidato premier a 11 giorni dal voto, non lo si obbliga a scappare sotto scorta, non si costringe la polizia a tirar fuori il manganello e a caricare come da anni non vedevamo fare: forse basta aggiungere che lo spettacolo che ha offerto Bologna non ha avuto finora eguali in Italia. In nessuna città in cui Ferrara è andato a raccontare perché ha deciso di combattere la sua battaglia politica si è arrivati alle mani. A Bologna sì.
DI Pierluigi Masini