CAZZOLA, fin qui, è stato vago. Ha scelto gli americani, ha detto che affidare la maggioranza a questo fondo (Tag) che lavora soprattutto nel mercato immobiliare significa assicurare al Bologna una prospettiva di sviluppo... di Stefano Biondi
CAZZOLA, fin qui, è stato vago. Ha scelto gli americani, ha detto che affidare la maggioranza a questo fondo (Tag) che lavora soprattutto nel mercato immobiliare significa assicurare al Bologna una prospettiva di sviluppo. Ha ipotizzato che, senza il fondo, si rischierebbe di toccare il fondo, come ciclicamente è avvenuto a Bologna. Ha garantito che il «fondo» applicato al pallone funziona soprattutto con i progetti in grado di produrre grandi numeri e che, al contrario, il poco e il misurato non sono mai il preludio ai grandi profitti.
Alternative pare che non ce ne fossero. Se il Bologna non fa gola ai bolognesi, è all’estero che bisogna bussare. E c’è un motivo se l’acquirente arriva dagli Stati Uniti: nessuno riuscirebbe a vendere il calcio di casa nostra a chi lo conosce bene, quindi a un italiano o a un europeo. Ci vuole qualcuno che non sappia tutto, che non sappia abbastanza. Che non conosca la Federcalcio, la Lega calcio e non abbia letto le cronache di Calciopoli. Qualcuno convinto che il calcio italiano sia uguale a quello inglese, con la differenza che in Inghilterra hanno gli stadi nuovi e qui no. Ma perchè qui no? Ecco, signori dei fondi, non ponetevi questa domanda: se voi siete la salvezza del Bologna appena promosso, firmate qui, grazie e arrivederci.
MEGLIO loro che niente. Stabilito questo, però, Cazzola, appena l’affare sarà ufficiale, dovrà spiegare nel dettaglio dove sta andando a finire il Bologna. In mano a chi. Chi ne deterrà la maggioranza. Perché una società per azioni si può vendere al miglior offerente, ma quando le azioni sono quelle del calcio il discorso della «proprietà» è un po’ differente: chi detiene le azioni sa di doverle condividere con il pubblico, con la gente della città che quella squadra rappresenta. Da un secolo, ormai, non da ieri l’altro, in questo caso. Vendere una società di calcio come il Bologna è come vendere un monumento della città. Si può, perchè la legge lo consente, però dopo averlo fatto il minimo è spiegare per filo e per segno che cosa può succedere a un club che non ha più un azionista di maggioranza. Chi comanda, chi decide? Metti che un giorno qualcuno se lo volesse ricomperare, a chi deve bussare, allo studio dell’avvocato Joe Tacopina che sta nel cuore di Manhattan o a quello di Pasquale Calcagno che sta nel Bronx, a due passi dallo stadio degli Yankee’s?
NEGLI ultimi anni gli imprenditori bolognesi hanno molto ceduto e molto meno creato. Ma quello del Bologna è il primo marchio pubblico che finisce all’estero. E prima di benedire un’operazione così bisogna vederci chiaro.
di Stefano Biondi