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FULL IMMERSION NEL DOPOGUERRA

Nel museo rombano le moto del mito

'Moto bolognesi del dopoguerra. La motorizzazionre popolare, 1946-1950', l’esposizione allestita al Museo del Patrimonio Industriale dal 15 novembre al 3 maggio 2009

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Sidecar (Ap/LAPresse) Bologna, 14 novembre 2008 - Ancora non si erano spenti gli echi dei bombardamenti che sotto le Due Torri, nel primo dopoguerra, cominciava a tossire, a scoppiettare e infine a rombare una nuova generazione di piccole e grandi motociclette: la prima monocilindrica della Ducati candidamente battezzata Cucciolo, lontana anni luce dai futuri Monster o Streetfighter; il Mosquito e l’Alpino micromotori che avrebbero scarrozzato nei tragitti casa-lavoro migliaia di impiegati e operai; la Mondial, autentico “purosangue” meccanico da competizione, e tante altre due ruote spesso costruite con mezzi modestissimi, nell’officina di casa, a forza di martellate e olio di gomito. Sessant’anni dopo, una mostra ripercorre quel periodo epico nel quale la motocicletta rappresentò, non solo metaforicamente, il ritorno alla libertà, al lavoro, all’impresa.

 

'Moto bolognesi del dopoguerra. La motorizzazionre popolare, 1946-1950' è il titolo dell’esposizione allestita al Museo del Patrimonio Industriale da domani al 3 maggio 2009, che chiude un ciclo iniziato con una mostra sulle moto bolognesi degli anni ’20 e proseguito con una panoramica sulle due ruote prodotte negli anni ’30 e ’40. "E’insomma l’ultima tappa di un percorso meccanico che ci racconta uno dei caratteri di maggior spicco dell’identità felsinea», spiega nel corso della presentazione alla stampa, Mauro Felicori, direttore del settore Cultura e rapporti con l’Università del Comune di Bologna.

 

E che pistoni, telai e carburatori siano impressi nel Dna dei bolognesi non è soltanto un modo di dire: la mostra ci fa vedere 53 modelli, un triciclo furgoncino, un side car (prestati da vari collezionisti), appartenenti a marche ognuna diversa dall’altra. Complessivamente erano 49 le ditte costruttrici impegnate a riempire le strade ancora polverose di piccole, medie e grandi cilindrate. Alcune sarebbero scomparse come meteore, altre sarebbero diventate marchi famosi in tutto il mondo come Moto Morini, Ducati, Cimatti, Malaguti. Un patrimonio di genialità artigianali dietro il quale si intravede una scuola di lunga tradizione. "Istituti come le Aldini Valeriani hanno formato il bagaglio tecnico di intere generazioni — sottolinea Felicori —. Anche questa è una cultura che ha pari dignità rispetto a quelle umanistica e artistica".

 

Il percorso è anche una full immersion nel costume motoristico di quegli anni, quando si improvvisavano le prime corse cittadine a bordo di bici con propulsori da due-tre centimetri cubici, o si usava la moto da lavoro opportunamente “pistolata”. "Ci fa inoltre conoscere i primi rudimentali esercizi d’immagine e di marketing", spiega Giovanni Sedioli, direttore del Museo del Patrimonio Industriale. Soprattuto la Ducati si ingegnò a produrre i manifesti che ammiccavano anche a un potenziale pubblico femminile: le prime centaure in sella ai bolidi rossi risalgono agli anni ’50, ma l’unico casco che conoscevano allora, era quello del parrucchiere.

di Alessandro Goldoni










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