Ancona, 9 gennaio 2016 - Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso con il quale 249 risparmiatori, rappresentati dal Codacons, contestavano i provvedimenti della Banca d'Italia, adottati in attuazione della legge sul bail in, che hanno
portato all'azzeramento del valore dei titoli per gli investitori di Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Carife; contestualmente sono state dichiarate inammissibili le contestazioni fatte in proprio dall'associazione di consumatori in quanto l'azione di annullamento proposta è stata ritenuta estranea al campo oggettivo di applicazione del Codice del consumo. 

I risparmiatori (tutti proprietari di azioni o di obbligazioni emesse dai quattro Istituti di credito) sostenevano di essere stati tutti pregiudicati dagli atti e dai provvedimenti di risoluzione, inquanto gli stessi avevano condotto alla diretta svalutazione dei titoli o alla loro sostanziale privazione di qualsiasi valore economico. Ribadendo «l'assoluto rilievo della natura discrezionale tecnica del potere amministrativo esercitato dalla Banca d'Italia», il Tar ha ritenuto che «le censure dedotte dai ricorrenti nel ricorso non possono trovare accoglimento».

Sulla contestazione che Bankitalia non avrebbe tentato di trovare possibili soluzioni alternative alla risoluzione, per il Tar, nel caso di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti «l'amministrazione straordinaria era stata già
disposta e prorogata, per alcune fino ad un complessivo periodo superiore a due anni, durante il quale erano state tentate alcune soluzioni non andate a buon fine».

La conclusione dei giudici amministrativi è che «sia l'istruttoria svolta nel corso della procedura di valutazione provvisoria che l'istruttoria sviluppata nel corso della successiva valutazione definitiva, hanno evidenziato che gli azionisti e i creditori subordinati non avrebbero subito un migliore trattamento a seguito della liquidazione coatta amministrativa, come espressamente richiesto dalla disciplina legislativa interna e dalla normativa comunitaria». E, nel caso specifico, il ricorso alla procedura seguita «è giustificato nell'ottica del possibile salvataggio della banca, altrimenti destinata alla liquidazione».

 

IL CODACONS - "Presenteremo appello al Consiglio di Stato. Continuiamo a ritenere incostituzionale la legge sul bail-in". "Quella sul bail-in - commenta il presidente del Codacons, Carlo Rienzi -, è una norma che appare ancor più sbagliata alla luce di quanto avvenuto di recente con Mps: se il bail-in non è stato applicato alla banca senese, non doveva essere utilizzato nemmeno per Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti. Una disparità di trattamento che ha coinvolto gli obbligazionisti delle 4 banche attraverso l'azzeramento del valore delle obbligazioni subordinate e che porteremo dinanzi al Consiglio di Stato».

 

LA FONDAZIONE - Circa una settimana fa il Tar del Lazio aveva bocciato la richiesta della Fondazione Carisj di annullare il cosiddetto decreto ‘salvabanche’ del governo Renzi attraverso il quale è stata tenuta in vita Banca Marche assieme ad altri istituti di credito ugualmente in forte affanno e a rischio default. Con una sentenza di ben 19 pagine, il Tribunale amministrativo laziale, tramite il collegio presieduto da Leonardo Pasanisi, ha respinto il ricorso della Fondazione jesina, la cui esposizione finanziaria nell’ente creditizio territoriale, all’ultima conta, superava i 50 milioni di euro poi andati in fumo.

«Gli interventi di salvataggio così come effettuati senza incidere in depositi non protetti - si legge nel testo della sentenza - non si possono ritenere in contrasto con l’articolo 47 della Costituzione italiana». E’ questa, in buona sostanza, la motivazione che ha spinto i giudici a dire no alla richiesta della Fondazione jesina che sperava in un verdetto favorevole per recuperare almeno in parte un gruzzolo decisamente consistente polverizzato dopo l’applicazione del bail in a novembre 2015. Nel dettaglio, infatti, la partecipazione della Fondazione cittadina in Banca Marche era di 15 milioni di euro di obbligazioni subordinate che sono state completamente azzerate per il salvataggio dell’istituto di credito, ora ribattezzato ‘Nuova Banca Marche’. A questa cifra va aggiunto un segmento ancora più consistente riguardo alle quote per il 10,8 per cento del pacchetto azionario complessivo dell’ente creditizio, in totale 129 milioni di azioni. Per i noti problemi di Banca Marche la definizione del valore di quelle quote era stata sospesa da diversi mesi: la Fondazione Carisj le aveva acquistate in tempi diversi con una cifra che è comunque progressivamente scesa fino all’ultimo aggiornamento di 33 centesimi ad azione, ovvero circa 42 milioni di euro di valore poi rivelatosi del tutto teorico.

Da qui l’apertura del contenzioso giudiziario da parte della Fondazione jesina seguito da vicino ed inevitabilmente con favore dai tanti risparmiatori privati del territorio che ormai da oltre un anno sono scesi in campo con pubbliche iniziative per chiedere di essere risarciti per un provvedimento ritenuto illegittimo. Una lunga battaglia che tuttora continua, tanto che alcuni degli storici clienti della banca più volte sono arrivati a Roma e in altri città per manifestazioni di protesta.