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LA PROTESTA

Emigranti, tassati e tartassati
Ecco la salassata dei contributi

E' tempo di denunce dei redditi anche per gli italiani all'estero, che però, al momento del rientro in patria vedono ‘vampirizzati’ i loro redditi. Qualcuno è costretto addirittura a rinunciare all’assegno estero pur di evitare lo scatto all’aliquota superiore e per risparmiare le spese del commercialista
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Emigranti Ascoli, 8 aprile 2008 - E’ tempo di elezioni, ma presto anche di denunce dei redditi, e torna ad aprirsi la vecchia piaga dei lavoratori italiani all’estero che al rientro in Italia vedono letteralmente ‘vampirizzati’ i loro redditi. Qualcuno è costretto addirittura a rinunciare all’assegno estero pur di evitare lo scatto all’aliquota superiore e per risparmiare le spese del commercialista.

 

Una volta tornati in Italia, anche le pensioni più modeste, vengono ‘tartassate’. Lo Stato italiano, pur non essendo l’ente erogatore e quindi pur non dando diritti ai titolari di reddito prodotto all’estero (quali Tfr, assegni familiari, tredicesima mensilità che all’estero non esiste, rivalutazione della pensione all’inflazione), si arroga il diritto di applicare su di esse le proprie aliquote. Eppure le pensioni sono già tassate all’estero. Nonostante molti lo dimenticano gli emigranti hanno concorso a ricostruire l’Italia.

 

Il paese ha goduto dei loro sacrifici, eppure al rientro si sentono spaesati come stranieri in patria. L’Italia entrò nella Ceca (Comunità europea carbone e acciaio) povera, l’unico vantaggio fu poter offrire manodopera, forza lavoro, e iniziò un esodo che portò la maggior parte dei giovani fuori.

 

Erano gli anni ’50 e gli italiani partivano alla volta di Canada, Australia, Francia, Germania, Belgio, Svizzera, valigia in mano e tanti sogni, forse legati al quel cordone ombelicale difficile da tagliare. Il governo italiano riceveva e riceve per ogni lavoratore emigrante quintali di carbone e una moneta di argento, risorse fondamentali per mandare avanti le proprie attività industriali.

 

Qualcuno tenta di paragonare l’esodo italiano con quelli degli attuali immigrati. Fatto che fa arrabbiare gli ex emigranti. "Qualsiasi lavoro si volesse fare all’estero — dichiarano indignati — occorreva che chi partiva avesse un contratto, una fedina penale immacolata, buono stato di salute e buoni propositi. All’estero non si andava per tirare a campare, bighellonare o fare traffici illeciti, ma semplicemente per lavorare, e gli italiani si sono guadagnati la stima e la fiducia di tanti per le proprie risorse, intelligenze e capacità di adattamento".

 

"I lavoratori italiani investivano le loro ricchezze in patria nella speranza di tornare nel loro paese natale. I lavoratori all’estero hanno inciso in maniera fattiva sull’economia del paese. Purtroppo nessuno lo ricorda". A parlare è Giuseppe Quinzi di Colli del Tronto, stanco e deluso per il modo in cui è stato trattato.

 

"Circa un quarto della mia entrata viene erosa dalla denuncia di redditi. Non andremo a votare — è l’amaro sfogo del rappresentanti degli emigranti ascolani —. Guadagno 850 euro, 500 erogati dall’Italia e 350 dalla Germania, ho lavorato 37 anni in Italia e 13 in Germania, come falegname. Risultato: pago più di 100 euro al mese di tasse, di cosa dovrei vivere? Non finirà così, lo Stato non può tartassare chi con molti sforzi ha concorso al suo benessere".

 

In molti, dopo anni di vita all’estero, hanno deciso di rimettere piede in Italia. Dopo il sacrificio di aver abbandonato la terra natale, tocca l’ennesimo scotto: il disconoscimento dei diritti acquisti, anche per i propri figli. "Oltre a tassare i nostri redditi — tuonano gli emigranti — offrono un servizio sanitario da fuga. Hanno più diritto gli immigrati che noi figli affidati all’estero".

Maria Grazia Lappa

 

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