Ascoli Piceno, 29 agosto 2017 - E' stata la siccità e non il terremoto a ridurre, fino a quasi prosciugarlo, gli invasi del lago di Pilato, uno dei più preziosi ecosistemi glaciali relitti dell’Appennino, nel parco dei monti Sibillini. Lo documenta uno studio del presidente dell’ordine dei geologi delle Marche Pietro Farabollini, docente dell’Università di Camerino.

Il lago è stato monitorato a più riprese dopo il sisma del 24 agosto 2016. E’ stata misurata la temperatura in quota (22 gradi alle 12.30 del 23 agosto), e sono state scattate fotografie a intervalli significativi, in particolare fra giugno e agosto, quando si è avuto un deficit di precipitazioni pari al 60-70 per cento. Alla fine, la foto più recente, scattata il 23 agosto, mostra che i famosi ‘occhiali’ del lago, gli anelli concentrici sul fondo delle due conche, non ci sono più, «evaporati a causa delle alte temperature e della totale assenza di precipitazioni».

«Considerando che i laghi di Pilato devono la loro alimentazione esclusivamente alle precipitazioni piovose e alla fusione del manto nevoso stagionale – spiega Farabollini –, la carenza idrica legata alla persistenza del periodo siccitoso rappresenta l’unica causa della scomparsa degli occhiali». Un segno evidente di come «l’evapotraspirazione sia stata la variabile dominante nella perdita del livello idrico».

Per il geologo, che ha scattato le foto insieme al collega della Regione Marche Gianni Scalella, il materiale detritico fine in loco dimostra che «è improbabile che esistano inghiottitoi e canali carsici sotterranei», vista la natura glaciale dell’area e lo spessore dei depositi detritici. Massi e detriti caduti dalle pareti circostanti, e depositati all’interno dei laghetti, testimoniano che «la sequenza sismica ha esclusivamente aumentato lo spessore dei depositi di detriti della valle probabilmente sollevando il livello di base dei laghetti». A una stima altimetrica grossolana, sono circa un metro più in alto rispetto al vecchio livello di base.

Tutto questo fa ipotizzare che al di sotto del detrito possano esserci «lenti e/o lingue di ghiaccio che consentirebbero comunque la persistenza della forma glaciale e soprattutto garantirebbero condizioni di umidità fondamentali» per la sopravvivenza dell’abitante più noto del Lago, il crostaceo Chirocefalo del Marchesoni. Nei mesi scorsi l’Ente Parco ha assicurato che il crostaceo esiste ancora, e che le sue larve possono adattarsi a forti stress stagionali e sopravvivere a situazioni di siccità anche prolungate per anni.

Non sono state quindi le scosse a sconvolgere il profilo del lago, né la mancanza di neve in inverno: anzi, le nevicate sono state più abbondanti della media di circa il 10-15 per cento. La colpa è l’assenza di piogge. Nel 1990, al contrario, fu la scarsità di nevicate a prosciugare gli anelli.