San Benedetto, 30 giugno 2016 - «È come se, ad un tratto, una parte della mia vita sia stata spazzata via da un forte soffio di vento». Parole toccanti di Pierluigi Camiscioni, ex nazionale di rugby, controfigura e «nel contempo anche attore», di Carlo Pedersoli, il campione italiano di nuoto e nel team del ‘Settebello’ di pallanuoto azzurro, in arte Bud Spencer. E’ morto lunedì a Roma. I ricordi si accavallano, «perché dal 1996 e per 2 anni di seguito – rispolvera i momenti passati insieme Camiscioni – ho girato in Costarica con Bud e con il partner, Philip Michael Thomas, la serie di 8 film con il marchio Rai, dal titolo ‘Noi non siamo angeli’. Inoltre – aggiunge – con l’amico Bud ho girato anche 2 film a Miami che, comunque, non sono usciti in Italia».

Com’era Bud Spencer sul set e fuori dalle scene da interpretare?

«Persona molto buona, generosa, molto legato alla moglie e al figlio Giuseppe Pedersoli, produttore della serie di ‘Noi non siamo angeli’, però con un unico – grande vizio, il gioco della roulette. Tutti i casinò erano i suoi».

Di storie ne avrai da raccontare considerando i 2 anni passati insieme a Bud Spencer in Costarica?

«Certamente, anche se si lavorava, fatta eccezione per la pausa pranzo, dalle 6 del mattino alle ore 18. Vivendo in simbiosi con Bud, nella roulotte, all’ora di pranzo e cena ero io che gli preparavo i menù avendo a disposizione parmigiano, passata di pomodori e pasta italiana procuratami dall’italiano Piatti, nativo di Grottammare, che gestiva un ristorante a San José. Grazie all’informazione di mio padre Marcello, feci incontrare Piatti con Bud e fu una grande festa perché nell’estate del 1952 erano entrambi nella nazionale azzurra alle Olimpiadi di Helsinki: Bud come centometrista di nuoto e nel team del ‘Settebello’, Piatti come esperto di tiro a piattello. Per quell’occasionissima preparai spaghetti al pomodoro e basilico che furono graditi da tutto lo staff».

Quindi, oltre ad essere la sua controfigura e anche attore con indosso il saio dei frati, eri anche il cuoco personale di Bud Spencer?

«In un certo senso sì, perché a Bud gli piaceva mangiare per poi rimproverami così: ‘A Camisciò me fai magnà troppo e poi m’engrasso’».

Indiscutibilmente un personaggio?

«Impossibile dire il contrario. L’esempio lampante della sua popolarità? Quando giravamo le scene in mezzo alla giungla, gli indios conoscevano più Bud che il Papa. Era un mito anche se lui non se ne faceva un vanto, anzi lavorava con impegno ed era amico di tutta la troupe, dal regista agli attori, dai tecnici alle comparse».

Perché dopo 10 film complessivi fianco a fianco a Bud Spencer hai preferito dare un taglio al cinema?

«Ho preferito lo sport e non rimpiango questa decisione anche se in Costarica ho passato dei momenti indimenticabili».

La morte di Bud Spencer ti ha quindi toccato?

«Non me l’aspettavo, perché a vederlo così imponente e forte sembrava un highlander, destinato a non prestare mai il fianco alla morte. Invece…».

Pasquale Bergamaschi