Sulla strada per Valle Orta non passa anima viva. L’incendio il giorno dei funerali, la fuga del 'clan', le polemiche e il deserto di oggi
Appignano, 23 aprile 2008 - Sulla strada per Valle Orta non passa anima viva. E’ una bella giornata di sole e se non ci fosse il vento a smuovere l’erba sulle colline il panorama sembrerebbe davvero immobile. Impensabile questa pace solo un anno fa. Impensabile soprattutto in quella tragica mattina del 24 aprile. Quando il paese si è svegliato orfano di quattro figli. Quando il campo nomadi che si affacciava sulla discarica di Relluce è diventato un ammasso di roulotte fantasma. Non una voce, non una persona. Solo le luci all’interno delle baracche, lasciate accese per una fuga improvvisa. Una fuga notturna. Un anno fa c’era la polizia. C’erano i carabinieri. C’erano i giornali. C’era la rabbia di un paese che aveva gridato a lungo la sua paura per una tragedia più che annunciata. C’era lo sgomento di quattro famiglie spezzate.
Lungo gli itinerari della strage oggi c’è solo silenzio. Una roulotte capovolta in mezzo all’erba alta è il simbolo di ciò che rimane del campo nomadi di Appignano. Ma il ricordo di un anno fa è nitido. La sporcizia, le casupole di legno. Il casolare abbandonato utilizzato come latrina. Il caldo torrido di una giornata quasi estiva. Il terreno arido. Perché l’erba, al compo rom, non cresceva quasi più. Quell’erba che oggi sembra spuntata per ricoprire un errore. Gli abitanti di Appignano avevano paura a passare su quella collina che non gli apparteneva ormai più. In settanta abitavano in quel degrado, tanti i bambini. Un gruppo compatto, quello degli Ahmetovic, che non si era mai integrato, malgrado i quindici anni di convivenza forzata, con il resto del paese.
Quando gli appignanesi raccontano cos’era, per loro, quella comunità, la rabbia esce fuori come un anno fa. Perché quelle sassate, quegli insulti, quella paura continua dovevano far riflettere qualcuno per trovare una soluzione ‘alternativa’ a Valle Orta. Una soluzione che è arrivata con la forza di un furgone impazzito nella notte. Un furgone che ha falciato quattro giovani vite. Nel giro di due ore dall’incidente il clan era scomparso. Giusto il tempo di caricare nelle auto e nei furgoni il necessario. E della famiglia Ahmetovic (escluso Marco, ovviamente) non c’era più traccia. Poi, solo sporadiche informazioni di avvistamenti tra Ancona, Civitanova e il vicino Abruzzo. Nel campo erano rimaste le casupole, le roulotte, due auto.
E il 25 aprile, giorno della Liberazione, qualcuno ad Appignano ha pensato di liberarsi anche di questi resti. Il giorno dei funerali, mentre il paese si stringeva attorno alle famiglie Allevi, Luciani, Corradetti e Traini, il fuoco ha iniziato a divorare ciò che restava del campo nomadi. I carabinieri in quel momento non c’erano. Avevano lasciato il presidio per la celebrazione funebre. E così, un fuoco rabbioso e quasi catartico ha cancellato l’accampamento di Valle Orta. L’ha cancellato dalla terra, ma non dal cuore degli abitanti.
Ed è significativo ricordare come pochi giorni prima che si consumasse la strage dall’Arengo al Municipio di Appignano si rincorressero voci riguardo un possibile e quanto più rapido spostamento di quella comunità. Scomoda per tutti. Luogo deputato, Campolungo. Ma la voce era solo una: «Non li vogliamo». Ragioni pratiche e ragioni di igiene, salute e sicurezza a motivare il corale diniego. A decidere le sorti della famiglia Ahmetovic è stata così la sorte. Una sorte maledetta che ha voluto il sacrificio di quattro ragazzi per chiudere una questione che la ragione (e spesso l’ipocrisia) aveva lasciato sospesa per troppo tempo. Un prezzo inaccetabile. Un prezzo troppo alto.
Nicoletta Tempera