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A cura di
Matteo Leonelli
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03/05/2007 13:37
L'EVENTO

MaMbo, l'arte in tempo reale

Si apre sabato a Bologna il nuovo museo laboratorio dedicato alla contemporaneità. La mostra inaugurale "Vertigo. Il secolo di arte off-media dal Futurismo al web" è curata da Germano Celan e Gianfranco Maraniello

SI CHIAMA «Vertigo. Il secolo di arte off-media dal Futurismo al web» la mostra a cura di Germano Celant e Gianfranco Maraniello che si inaugura sabato al neonato MAMbo, il Museo di arte moderna di Bologna (aperta fino al 4 novembre). Obiettivo duplice: oltre a presentare il nuovo polo bolognese, dimostrare che dalle Avanguardie artistiche ai giorni nostri l’arte ha sempre teso a sconfinare verso la tecnologia dei mezzi di comunicazione — dalla radio al cinema alla televisione fino a Internet — per contaminarsi con questi, smaterializzando l’arte tradizionale intesa come pittura e scultura. In mostra 400 opere, da Picasso a Louise Bourgeois.

MARANIELLO, scusi: cos’è MAMbo?
«Uno strumento per parlare del nostro tempo e imparare a stare nel nostro tempo».

Efficace. Più in dettaglio?
«Il museo della sperimentazione e della contemporaneità più avanzata».

Efficace e suggestivo. Ma non esisteva in Italia? Non c’è già la Gnam a Roma e presto anche il MaXXI? Il Castello di Rivoli? Il Mart di Rovereto?
«Voglio dire che con MAMbo andiamo ad occupare una posizione che in Italia non era coperta. Tanto è vero che la direttrice del MaXXI, Anna Mattirolo, in una recente intervista ha fatto riferimento a MAMbo, confermando che il mondo dell’arte guarda a noi con interesse. Bologna ha 110mila studenti, tra università e accademia d’arte. Bologna è anche una città-laboratorio, per la politica ad esempio. Da sempre è città di sperimentazione, di forti contrasti. E allora, non possiamo pensare che sia laboratorio anche per quanto riguarda l’arte contemporanea? Sto dicendo, in sostanza, che occorre avere un’identità chiara per realizzare un progetto che abbia continuità, che non sia effimero. In Italia quando il museo sopravvive al suo curatore è già un successo».

Lei Maraniello ha 35 anni, è arrivato qui da due, è alla prima esperienza come direttore di museo e finora ha lavorato per MAMbo lontano dai riflettori. Oggi finalmente parla. Per dirci che ha costruito qualcosa che in Italia non esisteva. È così?
«Il presidente Sassoli de Bianchi e io abbiamo lavorato con tutto il Cda per dichiarare, da tempo, un progetto che coinvolgesse altri soggetti, una piattaforma condivisibile. Abbiamo fatto uno studio dell’offerta museale artistica nel panorama italiano, a cominciare dalle realtà vicine...».

Ferrara ad esempio...
«Certo. Ferrara fa molto bene, ha un posizionamento chiaro. Ma diverso dal nostro. La nostra ricerca ci dice che non esiste un museo per l’arte contemporanea italiana, Mart e Gnam lavorano più sugli artisti di periodi storici ormai ben definiti. Noi pensiamo, come all’estero, a un museo che entri in contatto con artisti in tempo reale, che li aiuti nella loro affermazione, che li produca...».

In che senso?
«Facciamo un esempio. Se l’unico artista italiano chiamato a rappresentare il nostro paese alla Biennale di Mosca ha un progetto ambizioso per un’installazione costosa, ecco che il ruolo di MAMbo è quello di aiutare, attraverso l’intervento economico di altri soggetti, questa realizzazione. Con l’obiettivo poi di acquisire quest’opera».

Chiaro. E chi avete trovato disposto a finanziarvi?
«Su questo progetto in particolare abbiamo trovato grande attenzione da parte di Unicredit Group, che nella sua logica di innovazione negli investimenti in arte individua MAMbo come partner strategico per le acquisizioni nell’arte contemporanea italiana. Loro non devono pagare un consulente, condividono un progetto culturale, e noi ci troviamo opere che entrano gratuitamente al museo. Uniamo progettualità scientifica, risorse economiche e artisti emergenti molto bravi, che in Italia non mancano affatto».

E il cerchio si chiude. Sembra di parlare con un direttore amministrativo più che artistico.
«Sono entrambi. E non potrebbe essere altrimenti, non possiamo fare nessun investimento che non abbia prima ricevuto dal consiglio d’amministrazione adeguata copertura. Il museo, come l’intendo io, è una piattaforma progettuale che raccoglie molti soggetti. Il museo è un problema di metodo prima che di contenuti».

Tornando alle cifre, quanto costa ad esempio la mostra inaugurale curata da Celant e da lei?
«Il balletto delle cifre non voglio farlo, quindi dico subito che i costi di questa mostra li andremo a vedere a consuntivo. Con la massima trasparenza».

E invece MAMbo?
«Servono 4,2 milioni all’anno per farlo andare».

Mica pochi: dove li trova?
«Un bel milioncino arriva da Comune e Regione, con assestamenti di bilancio. Può sembrare molto, ma basti pensare a quanto costa la mostra di un grande artista, che supera il milione. Poi c’è la Fondazione Carisbo e la Fondazione del Monte. Grazie a tutti, ogni anno avremo circa 600mila euro per nuovi investimenti».

A giudicare dagli arredi, dai divani in pelle, dagli impianti di illuminazione e dagli oggetti di design che si vedono in giro, l’impressione è che non avete badato a spese...
«Vede, è proprio quello che spiegavo prima. Quando c’è un progetto condiviso, si trovano i soggetti interessati. Questi soggetti si fanno pubblicità a partecipare alla costruzione di MAMbo, così ci hanno garantito prezzi abbordabili. Altrimenti nessuna pubblica amministrazione potrebbe permettersi queste cose».

Torno alla domanda iniziale. Cos’è MAMbo?
«Un progetto non effimero che dialogherà molto con l’estero, fatto di continuità ed impegno, che realizzerà una grande mostra all’anno, che darà spazio alle collezioni rivisitate di 32 anni di Gam e avrà bisogno di cinque o sei anni per andare a regime...».

Le ricordo che il suo mandato scade tra tre.
«Rinnovabili però. Comunque mi piacerebbe pensare che il progetto culturale impostato vada avanti, e che le idee siano più forti dei mandati. MAMbo spero che possa indurre nuovi bisogni culturali, migliorando la qualità del consumo artistico, e che produca nuove abitudini e familiarità».

Per chiudere?
«MAMbo non è quello che non c’era quanto quello di cui, spero, ci sarà bisogno».

di Pierluigi Masini

 

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