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A cura di
Matteo Leonelli
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05/05/2007 12:26
IL FILM

Bello, premiato
ma 'invisibile'

L'odissea di un regista e di un film. Approda al Lumiére "Il vento fa il suo giro" del bolognese Giorgio Diritti

Il regista Giorgio Diritti con il direttore della fotografia Roberto Cimatti BOLOGNA, 5 maggio 2007 - IL SUO palmarès annovera, tra gli altri, il primo premio come miglior film al Lisbon Village Film Festival, il riconoscimento per la migliore pellicola, il migliore attore più un premio speciale al 10° Gallio Film Festival, un altro gradino più alto del podio ad Annecy (Gran Prix Annecy Cinema Italien) e pure l’alloro Siae alla Festa del Cinema di Roma.

Ma Il vento fa il suo giro del bolognese Giorgio Diritti l’hanno visto in mezzo mondo solo i frequentatori dei festival perché in sala non è di fatto mai arrivato.

«Come succede al cinema davvero indipendente», sospira l’autore che ha però aguzzato l’ingegno riuscendo con i suoi compagni di cordata produttiva — Simone Bachini dell’Aranciafilm (di cui è anche lui socio) e Mario Chemello dell’Imago Orbis Audiovisivi — a escogitare un metodo distributivo che bypassa le major monopolizzatrici del mercato.

«Praticamente — spiega — ci siamo creati un piccolo circuito parallelo facente capo a cineteche, associazioni di cinefili, privati con sale non completamente fagocitate dal sistema, che ci consentono di sbarcare da oggi a mercoledì al Lumière, in contemporanea con Cuneo e dal 12 a Genova. Ma già abbiamo contatti anche con altre regioni. E, grazie alla Fice, faremo altre città dell’Emilia a giugno e poi le arene estive».

 

E’ stato l’unico modo per arrivare al pubblico?

«I meccanismi in Italia sono piuttosto perversi. Le società di distribuzione sono poche e tutte legate ai colossi Rai e Mediaset che decidono esattamente chi, come e quanto deve passare sugli schermi. Così è rarissimo se non impossibile trovare spazio in sala perché le ore di programmazione non sono solo occupate dai grandi titoli ma anche da altre produzioni meno importanti ma che vengono “vendute” a pacchetto con il film di cassetta. Se uno non è inserito in questa logica, può mettersi l’anima in pace».

 

La frustrazione è stata però in qualche modo stimolante...

«Era anche una questione di rispetto per chi si è autotassato pur di girare ed è stato orgoglioso di aver fatto un buon lavoro. Un prodotto di valore deve poter avere una visibilità. Ma la nostra vicenda deve anche servire a far riflettere sulle dinamiche che regolano tutta la nostra vita. Perché il dubbio, legittimo, che sorge è: “Non è che ci sia sempre qualcuno che decida per noi che cosa farci vedere, consumare, gustare?”».


Il film è in parte recitato in lingua occitana. In Francia avete trovato uno sbocco più facile?

«La Francia ha una situazione diversa dalla nostra ma non per il cinema italiano che non trova grande spazio. Però c’è una società di distribuzione che ne sta organizzando l’uscita. Purtroppo scontiamo anche in questo caso la carenza di interscambi. E la nostra non è una coproduzione anche per eventi poco piacevoli successi a produttori transalpini. Quelli con cui siamo stati in contatto ci hanno spiegato certe buggerature prese da italiani... Finanziamenti europei mai restituiti, promesse mai mantenute di pagamenti...».


Perché allora non provare a far passare il film in tv...

«Ma anche i passaggi televisivi sono fortemente condizionati, persino nel servizio pubblico. A dettare legge sono i pubblicitari che preferiscono ingaggiare, anche per le fiction, i volti noti della commedia che poi sono gli stessi che negli intervalli compaiono come protagonisti degli spot. Mi auguro comunque che dopo le sale, il film si possa vedere in casa per il suo alto valore sociale, di insegnamento del rispetto delle differenze, della tolleranza. Sarebbe amaro constatare una volta di più che la qualità non paga e che anche il successo è preconfezionato».


Alla luce di questa vicenda come sta procedendo il progetto su Marzabotto?

«L’uscita a ostacoli di Il vento fa il suo giro ne sta dilatando i tempi, più che altro per trovare i finanziatori. Orecchie benevole nelle istituzioni ne abbiamo trovate ma bisogna vedere se l’interesse si trasformerà in una risorsa effettiva».

 

Visto il quadro, può esistere un rimedio che non sia occasionale?
«Bisognerebbe organizzarsi come Slow Food per la salvaguardia della cultura di nicchia».

 

Il messaggio in bottiglia l’avete lanciato e qualcuno l’ha già raccolto?

«Lo rivolgo a qualche pazzo come noi. Esisteranno pure persone con una sensibilità comune. Mi vien da pensare a un regista come Vittorio Moroni che il suo Tu devi essere il lupo l’ha affidato alla Myself Distribuzione. Come dice il nome stesso, si è arrangiato, creando un’associazione per aderire alla quale si versano 5 euro che danno diritto a un ingresso al cinema e nel contempo aiutano il suo progetto ad autodistribuirsi».
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Info: il film viene presentato dal regista e dal critico Morando Morandini stasera al Lumière dopo la proiezione delle 20. Altre repliche da domani a mercoledì alle 20.15 e alle 22.15.


di Lorella Bolelli

 

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