Le piccole vittime, di età compresa tra i 9 e i 14 anni, venivano sfruttate a Milano, Bologna, Ancona e Venezia. Ciascuno dei minori faceva guadagnare ogni giorno all'organizzazione tra i 500 e i 1.000 euro
Milano, 29 luglio 2008 - Portavano i bambini in Italia e li costringevano a commettere borseggi, scippi e rapine in località affollate di turisti come la stazione Centrale. Ora per 32 rumeni il pubblico ministero Isidoro Palma ha chiesto il rinvio a giudizio con le accuse, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione e al mantenimento in schiavitù di 34 ragazzini loro connazionali tra i 9 e i 14 anni; tratta di persone con le aggravanti di aver commesso il fatto nei confronti di minorenni e di aver agito nei confronti di figli e parenti; violenza e minaccia per costringere a commettere un reato. Alcuni imputati rispondono, inoltre, di esercizio di gioco d'azzardo aggravato, usura, detenzione e porto illegale di una pistola lanciarazzi.
L'indagine è stata condotta dalla polizia che lo scorso dicembre ha arrestato 19 indagati. In base a quanto ricostruito dall'accusa, gli imputati portavano i bambini in Italia e li sfruttavano per compiere scippi e rapine a Milano, ma anche a Venezia, Bologna e Ancona. Ciascuno dei minori faceva guadagnare ogni giorno all'organizzazione tra i 500 e i 1.000 euro e i soldi venivano poi inviati in Romania con l'uso di corrieri. Le vittime identificate in cinque mesi di indagine prima degli arresti sono 34, ma nel blitz alla cascina Baragiata di Pioltello, ritenuta la "centrale operativa" dell'organizzazione criminale, ne erano stati trovati altri nove.
L'organizzazione criminale era divisa in gerarchie, come ricostruisce il pm nella richiesta di rinvio a giudizio. Ai vertici c'erano 14 capi, di cui cinque donne, che organizzavano gli spostamenti dei ragazzini e si occupavano della gestione economica. Nero su bianco: avevano "compiti di reclutamento, trasferimento dei minori dalla Romania in Italia e viceversa, scelta delle piazze per i borseggi, coordinamento delle attività di latrocinio sia tramite direttive ai quadri intermedi dell'organizzazione (cosiddetti 'pushers')". Questi ultimi, una decina, individuavano le vittime del borseggio e, "tramite costante opera di rafforzamento e incitamento" spingevano i ragazzini a compiere i reati. Altri ancora intervenivano direttamente "sulle piazze dei borseggi per controllare di persona le attività dei minori sfruttati", o curavano "l'assistenza legale in occasione dell'arresto dei minori o dei sodali" e assolvevano "a compiti di raccolta dei proventi dell'attività criminosa".
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