Il cardiochirurgo Arpesella: "Interventi come questi sono possibili solo se c'è una grande preparazione complessiva. Gli universitari e gli ospedalieri bolognesi hanno dimostrato il loro spessore". Alla paziente il primo brodino. "Dovrà superare alcuni problemi ma è ben avviata"
Bologna, 21 agosto 2008 - Non gradisce assolutamente che si parli di lui. E meno che meno, anche dopo il trapianto multiorgano che lo ha proiettato sotto la luce dei riflettori in campo nazionale e internazionale, vuole che si descriva il suo lavoro come quello di un grande solista. Il professor Giorgio Arpesella, responsabile del Programma dei trapianti cardiologici del policlinico Sant’Orsola-Malpighi, ha 65 anni, è nato a Riccione, è sposato e oltre alla chirurgia ama andare per mare a vela. Impegnato da sempre solo nel Servizio sanitario pubblico, Arpesella batte e ribatte da due giorni su un concetto: "Interventi come quello che abbiamo eseguito, il trapianto multiplo, non li fa un chirurgo. Li fa il gruppo".
Professor Arpesella, la sanità bolognese, da qualche tempo un po’ chiacchierata, ha dimostrato di poter contare invece su un gruppo di competenze eccellenti.
"E’ esattamente quello che io voglio sottolineare. Per rendere possibile un trapianto in sequenza di tre organi sono necessari un livello generale di preparazione, una organizzazione, un sistema, di grande qualità. Bologna, proprio per la patologia rara legata alla proteina amiloide, ha medici, cardiologi e specialisti di tale preparazione da rappresentare un punto focale in Italia e in Europa. A questo, come agli altri trapianti, si è arrivati grazie ad un lavoro complessivo: in questo particolare caso si parte dagli esperti che studiano la patologia e si arriva, tanto per fare un solo esempio, alla grande professionalità dell’anestesista, che è stato in grado di mantenere per 20 ore un paziente in perfette condizioni vitali".
E voi, il gruppo, come avete fatto, come fate, a mantenere ritmi di attenzione così alti per tanto tempo? Vi aiutate con sigarette e caffè a pioggia?
"No, no (ride, ndr) : basta l’adrenalina. Il tempo, quando lavora su un paziente, per il chirurgo passa in fretta. Solo per chi aspetta fuori è lentissimo".
Lei rifiuta di essere definito il cardiochirurgo più famoso oggi in Italia, però avrà sicuramente festeggiato questo successo. Che cosa vi siete detti, lei e i suoi collaboratori, il giorno dopo l’intervento?
"Mah, le emozioni sono tante, e sono soggettive. Però anche nella soddisfazione, nell’entusiamo che abbiamo provato, ci siamo sentiti uniti. Ecco: direi che anche la gioia provata dopo un trapianto del genere è stata condivisa da tutti, medici e infermieri. Tutto il personale".
A questo punto possiamo dire che Bologna fa scuola in campo trapiantologico e cardiochirurgico?
"Eh sì. La formazione universitaria e il sistema ospedaliero hanno dimostrato, anche con questo trapianto, il loro spessore. Questo intervento ha testimoniato che l’una e l’altra, qui, sono di altissimo livello".
E come sta la paziente? Come ha reagito la sua famiglia?
"La signora sta benino. Dovrà superare alcune problematiche, ma sembra ben avviata. Suo marito è molto preoccupato, in ansia, ma anche molto felice. E lo sono, naturalmente, anche i loro due figli".
di Renata Ortolani
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