Il sindaco: "Primarie ovunque per scegliere tutti i dirigenti. Il rischio è che permangono aggregazioni figlie dei partiti storici. un congresso potrebbe rimescolare le carte"
BOLOGNA — UN CONGRESSO subito per far uscire il Pd dallo stallo in cui si trova e perché è ora che faccia le sue proposte, che offra un’alternativa. Sergio Cofferati scende in campo per dare una scossa al suo partito.
Lei ha proposto un congresso in tempi brevi, anche se buona parte del Pd non sembra seguirla, perché?
«Il Pd ha dovuto accelerare la discesa in campo a causa delle elezioni. L’accelerazione non ha consentito di completare il percorso normale, fisiologico, di costruzione del partito. Ora è importante decidere la sua struttura organizzativa; forme di legittimazione uniformi per tutti i dirigenti e confermare o eventualmente aggiornare la linea politica. Queste tre scelte sono molto più efficaci se fatte con un congresso».
Ma i congressi scelgono anche i segretari...
«Un leader c’è ed è legittimato da un voto popolare, non credo debba essere messo in discussione».
Enrico Letta dice che un congresso senza voto sul segretario è roba da vecchio Pci.
«Ma il cambio di segretario non può essere un rito. Veltroni ha svolto efficacemente il ruolo che tutti gli abbiamo assegnato. Non vedo l’esigenza di sostituirlo».
E sulle tre scelte da fare lei che idee ha?
«La priorità è il radicamento sul territorio. Un partito di massa non è tale se non ha una presenza capillare. Tutti gli strumenti nuovi, compreso internet, sono utili, ma non possono sostituire la presenza fisica, per capirci, le vecchie sezioni».
Un ritorno all’antico, lei ha parlato di partito novecentesco, ma non dovevate essere il partito leggero, americano?
«Io penso che nella cultura politica europea la modernità non può prescindere da una presenza che consenta il rapporto fisico diretto».
E per i dirigenti, primarie o congressi?
«Lo strumento delle primarie è efficace e secondo me va generalizzato. E’ stato un errore non farle per le Politiche e vanno fatte per le Europee e le amministrative. Per i gruppi dirigenti l’importante è un metodo uniforme. Non come oggi, che il segretario nazionale e quelli regionali sono eletti in un modo e gli altri con sistemi diversi».
Secondo molti il male principale del Pd sono le correnti, palesi e occulte.
«Non è pericoloso avere correnti, ma correnti ossificate. Il rischio oggi è che permangono gruppi e aggregazioni figlie della storia dei partiti di prima. Un congresso può rimescolare le carte. Se si vota su mozioni, vi saranno correnti, ma legittimate da un confronto esplicito e non da vecchie appartenenze».
E veniamo alla proposta politica. Quella del Pd spesso appare incerta, confusa, non le pare?
«L’opposizione è efficace quando non si ferma alla denuncia di ciò che non va nell’azione del governo. Devi proporre la tua alternativa, solo così puoi aprire contraddizioni tra gli avversari e costruire consenso. Fino ad ora il Pd si è impegnato in una presenza prevalentemente legata al dibattito parlamentare. Ora deve guardare più lontano, occorre una proposta organica».
E deve anche scendere in piazza? Come vede la manifestazione di ottobre?
«Sarà un passaggio importante. L’opposizione si fa in Parlamento, ma anche con gli altri strumenti della democrazia. Spero di non essere vetero anche in questo».
Lei è un amministratore, che ne pensa del dibattito sul federalismo fiscale?
«Vedo molta confusione e mi preoccupa il salto logico tra affermazioni e comportamenti. Con la cancellazione dell’Ici, che era uno strumento di federalismo fiscale, si è fatta una scelta opposta alle dichiarazioni, producendo un danno assai rilevante ai comuni. A Bologna ci hanno cancellato 20 milioni da un bilancio già fatto. Trovo dunque singolare una discussione preceduta da una decisione negativa. Prima strozzano i comuni e poi promettono altre entrate. Non è un caso che Bossi sia tornato sull’Ici».
Mi par di capire che tutta la retorica del ‘dialogo’ non la entusiasmi...
«In Parlamento e nelle istituzioni ci sono tutti gli strumenti per un confronto. Non capisco questo affanno alla ricerca di modalità altre. Anche perché i risultati son quelli che si son visti».
Lei si ricandiderà a sindaco di Bologna, ma il Pd andrà da solo o cercherà alleati?
«Fatte le primarie di partito, secondo le regole stabilite dalla statuto, è naturale che si verifichi se esistono le condizioni per scrivere un programma assieme ad altri partiti. L’importante è che la coalizione non abbia come unico cemento l’obiettivo di vincere, ma di vincere e poi amministrare. Il programma deve essere fatto di pochi capitoli con scelte molto nette. Fatto un eventuale programma comune si possono fare le primarie di coalizione».
Ma non con Rifondazione...
«E’ sulla base di questi criteri che ritengo impossibile scrivere un programma comune con l’orientamento del Prc bolognese. Qui nel recente congresso ha vinto l’ala più radicale che ha ulteriormente accentuato i contrasti con l’attuale ammnistrazione ».
Lei a Bologna ha meno problemi, ma a livello nazionale senza alleanze state all’opposizione venti anni. Molti premono per un’intesa con l’Udc, che ne pensa?
«Se si sta rigorosamente al programma non si esclude nulla. E’ il merito che stabilisce se si sta assieme oppure no. La comune opposizione parlamentare con l’Udc produrrà condizioni di confronto, rapporti e relazioni che possono valere anche sul territorio. Con i partiti dell’ex Arcobaleno si vedrà chi sarà disponibile al confronto».
di Giorgio Gazzotti
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