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MONTAGNA DI SANGUE

La tragedia sull'Aconcagua
"La nostra Elena rapita dal ghiaccio"

L'alpinista dispersa sulle Ande era nipote di Angelo Senin, vicesindaco di Dozza. I parenti della vittima che abitano a Bologna: "Speriamo che trovino il corpo, così almeno potremo piangerla"

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La vetta dell'Anconcagua (Ansa) Bologna, 10 gennaio 2009 - La telefonata della Farnesina è arrivata all’una di notte: "Purtroppo, signor Senin, sua figlia è morta. Anche la guida argentina non ce l’ha fatta, ma il suo corpo è stato recuperato. Invece, la salma di Elena non stata ancora ritrovata. Ci dispiace". E’ finito in quel momento l’ultimo barlume di speranza per papà Antonio e mamma Edda, che attaccati al telefono attendevano notizie con trepidazione. Elena Senin, 38 anni, nata a Ivrea da una nota famiglia bolognese e residente da anni a Milano, non ce l’ha fatta.

 

Per lei il sogno dell’Aconcagua, la più alta vetta del continente americano, si è trasformato in tragedia. Mercoledì è stata inghiottita dall’imbuto gelato del 'Ghiacciaio dei polacchi', a 6.700 metri di quota. Papà Antonio si è sfogato al telefono con il fratello Giuseppe, che abita a Bologna, come altri tre degli otto figli dell’ex vicesindaco Angelo Senin, morto nel ’91. "Spero trovino il corpo di Elena - ha detto al fratello - così almeno potremo piangerla". I genitori non hanno ancora deciso se andare in Argentina.

 

Oltre ad Elena, è morta anche la guida, l’uomo che avrebbe sbagliato sentiero nella discesa dopo l’arrivo in vetta. Sono stati invece tratti in salvo gli altri tre alpinisti italiani. Sono debilitati e segnati da ustioni da congelamento, ma ce la faranno. Proprio loro ieri hanno raccontato l’incubo appena vissuto ad Antonella Targa, 50 anni, residente a Sant’Agata, anche lei impegnata sull’Aconcagua e scampata solo perché ha rinunciato, causa un lieve malore, all’ultimo tratto di ascesa. Antonella ha poi riferito tutto ai genitori di Elena e alla sorella Alessandra.

 

Questo il racconto dei sopravvissuti: "Quando siamo arrivati in cima, eravamo tutti piuttosto eurforici, probabilmente a causa dell’altitudine. Una volta in vetta, si è scatenata una furiosa tempesta di neve e vento, con nubi densissime. Non ci vedevano più nemmeno fra di noi". In quelle condizioni, la guida avrebbe perso i riferimenti, imboccato il sentiero opposto a quello che dovevano prendere. "Elena è stata la prima a scendere, ma è scivolata, poi è precipitata fino a sparire nella nebbia. L’abbiamo vista cadere". Il suo corpo non è stato ritrovato, i superstiti non sono stati in grado di indicare un punto preciso ai soccorritori che li hanno raggiunti sul ghiacciaio. I tre alpinisti, morta anche la guida dopo una caduta, sono rimasti fermi per un giorno e mezzo, senza tenda, in attesa di essere salvati.

 

Le ricerche del corpo di Elena ieri sono state rese difficoltose dalle avverse condizioni climatiche. La scalatrice, prima di partire, avrebbe anche stipulato una sorta di contratto con una agenzia locale perché, in caso di evento infausto, venisse recuperata la salma. "Elena aveva ‘sposato’ la montagna e amava la vita all’aria aperta - racconta lo zio Giuseppe -. Aveva preparato il viaggio per un anno. L’ultima volta l’ho vista prima che partisse, dopo Capodanno. Aveva detto a me e a mia moglie: "Sono tranquilla, anche se la vetta non è semplice, è fondamentale quando si parte per una spedizione non dividersi, non scegliere strade diverse. Se uno non se la sente, tutti devono tornare indietro".

 

Invece, quando Antonella si è fermata ed è tornata indietro, gli altri hanno proseguito, Sono molto stupito di questo". Elena aveva viaggiato tanto. Amava i viaggi ‘avventurosi’, nel senso migliore del termine. Zaino sempre in spalla, sull’Atlante in Marocco come sulla dorsale della Corsica. "Ma non era una sprovveduta - conclude lo zio, che condivideva con lei l’amore per la montagna -, era esperta. La sua unica sfortuna è di essersi trovata in mezzo a una bufera di neve così violenta".

di Gilberto Dondi










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LA FOTO DEL GIORNO

Andrea Montovoli (Ap/LaPresse)

Andrea Montovoli
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