Attaccato dai suoi, De Maria guarda la poltrona regionale. Al segretario viene criticato il protagonismo, gli errori di valutazione e la perdita del 10% dei voti
BOLOGNA —C’E’ ARIA di resa dei conti nel Pd bolognese. Nella Federazione più importante d’Italia viene messo sotto processo il segretario, Andrea De Maria (nella foto). La scossa viene da alcuni parlamentari, che ne chiedono la testa, sia pure rinviando il redde rationem al congresso di autunno. Ma la fronda vede in prima linea anche esponenti locali di spicco del partito. E sul segretario si sfoga pure la delusione dei trombati alle elezioni di giugno.
Nonostante il prodiano Flavio Delbono sia stato eletto sindaco con il 60%, sia pure al ballottaggio, De Maria (già fassiniano, poi veltroniano, ora con Pierluigi Bersani) sconta il salto indietro del Pd bolognese rispetto alle politiche del 2008: -10%, con scivolata sotto la soglia psicologica del 40%.
Una finora soffocata insofferenza, inoltre, era andata montando per una campagna elettorale condotta, secondo l’accusa, in maniera troppo personalizzata. Al punto da fare dire al politologo e deputato Salvatore Vassallo che «molti ritengono che De Maria abbia fatto un uso smisurato di risorse (del partito, ndr) per sostenere la propria candidatura».
IL SEGRETARIO nega. Ma a suo sfavore oggi pesa anche il risultato finale della corsa a Palazzo d’Accursio. Capolista del Pd in Comune, De Maria è finito secondo con 2.192 voti, quasi doppiato nelle preferenze da Maurizio Cevenini, neopresidente del Consiglio comunale, che ha superato quota 4mila.
Un’altra macchia è stata la sconfitta a Marzabotto, luogo dell’eccidio di Monte Sole, storica roccaforte della sinistra. Dove — per la prima volta nel dopoguerra — gli eredi del vecchio Pci finiscono all’opposizione. E, quasi una beffa, sulla poltrona di sindaco finisce un ex espulso dal partito.
Un’altra colpa che viene imputata a De Maria, infine, è l’avere continuato a difendere fino all’ultimo l’ex sindaco Sergio Cofferati, che ha poi scelto — a sorpresa — di non ricandidarsi a Bologna per correre al Parlamento europeo. De Maria avrebbe ignorato (o non capito) che il segretario regionale, Salvatore Caronna, e l’ex premier Romano Prodi avevano intanto già trovato l’intesa su Delbono.
DE MARIA, «il segretario che ha fatto nascere il Pd e ha vinto le elezioni a Bologna», si difende. E prende tutti in contropiede. Prima un’orgogliosa premessa: «Una polemica non si può aprire sui risultati, perché abbiamo vinto a Bologna in una situazione difficilissima». Poi l’uno-due. L’annuncio di non ricandidarsi alla segreteria provinciale: «Penso di avere svolto il mio ruolo al meglio e questa mi pare una scelta assolutamente naturale». E quello di tentare di passare dall’angolo in cui si trova al vertice del partito in Emilia-Romagna: «Non escludo di candidarmi alla segreteria regionale». La poltrona dovrebbe essere lasciata libera da Caronna, eletto in Europa.
Una candidatura al vertice regionale del partito sarebbe, per De Maria, una sorta di paracadute. Un’exit strategy (sia pure obbligata) che gli permetterebbe di lasciare l’incarico provinciale a testa alta. Ma la partita si fa dura. In pole position per la segreteria regionale c’è Stefano Bonaccini, numero uno del Pd a Modena. Blindatissimo, assicurano in Federazione, da Caronna e dal governatore Vasco Errani.
di Luca Orsi
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