Bologna, 17 gennaio 2016 - Tre maestri ai piedi della croce: il 78enne viennese Hermann Nitsch, Concetto Pozzati (80 anni compiuti a dicembre, bolognese da sempre), e uno dei grandi pittori ‘maledetti’ del secolo scorso, il dublinese Francis Bacon, scomparso nel 1992, visionario, scandaloso, genio provocatorio senza limiti.

Nella Bologna che già respira il clima di Arte Fiera, si inaugurerà, alle 18,30 del prossimo giovedì, la mostra Crocifissioni + Crucifixions (fino al 21 febbraio) ideata dalla Francis Bacon Collection, basata a Londra, che conserva gli oltre 500 disegni donati al giornalista italoamericano Cristiano Lovatelli Ravarino dallo stesso Bacon, che con lui ebbe una lunga, intensa relazione intima.

Racconta l’avvocato Umberto Guerini, cui è affidata la gestione della raccolta dei disegni baconiani: «E’ un progetto a cui abbiamo incominciato a pensare ben prima del 13 novembre scorso, la data della strage del Bataclan a Parigi. Ma quell’episodio - prosegue il penalista - ci ha convinto ulteriormente della bontà dell’idea. Quelle che esponiamo sono crocifissioni laiche, capaci di toccare profondamente i sensi del pubblico. E’ il modo più alto per manifestare il rifiuto di qualsiasi fondamentalismo e di ogni fanatismo religioso». 


Al piano nobile di Palazzo Montanari, già sede della Biblioteca centrale di pubblica lettura e della Cineteca, ti scontri subito con quel «sangue di animali di vario tipo, e anche di cadaveri», con cui Nitsch, protagonista di una storica performance a Bologna nel ’77, designa i propri materiali, mirati a provocare una violenta reazione per portare lo spettatore alla purificazione e all’estasi. Quel rosso, tra la Deposizione e l’Ultima Cena, ti si appiccica addosso come un che di inquietantemente primordiale, come una patina di visceri, dove si mescolano Freud, Jung e De Sade.

«Siamo in guerra e non possiamo farla», affermava da parte sua Pozzati, nel presentare le sue quattro De-posizioni e Torture. «Viviamo in una tortura perenne, forse già in una catastrofe. E abbiamo il dovere di far vedere tutto». Il grande acrilico e smalto su tela - un’intera parete - raffigurante le scene di tortura di Abu Ghraib, la prigione americana della guerra in Iraq, sono un colpo allo stomaco. E Bacon? Sala chiusa, le opere saranno collocate all’ultimo momento. «Motivi di sicurezza», sussurra Ravarino. 

c. su.