Bologna, 18 dicembre 2017 - Buttando all’aria una pila di scatoloni si possono abbattere metaforicamente i trenta muri innalzati non metaforicamente in questo nostro tempo tribolato per dividere altrettante nazioni. Ma ci si può anche affidare alla tecnologia del 3D per piombare in una gabbia dal grigio chiarore, incuranti della stanza in cui le stampe settecentesche sulle carceri d’invenzione di Giovan Battista Piranesi sono appese.  O ancora si può avvicinare il proprio iphone a un Qr code per ascoltare la canzone preferita che parla di muri, oppure schiacciare il bottone di una porta per vedere l’effetto che fa: e cioé se davvero si può andare liberamente ovunque e quanto imprevedibile sia l’accesso oltre una barriera.

THE WALL - Il nostro speciale

Insomma, è sul coinvolgimento del visitatore, sul suo desiderio di misurarsi attorno a linguaggi diversi, sulla sua capacità di giocare riflettendo che punta le sue carte la bella e colta mostra ‘The Wall’ ospitata nella lussuosa cornice di Palazzo Belloni a Bologna.

Muro, appunto. Muro come oggetto culturale, archetipo, superficie. «Quello che chiediamo al visitatore – spiega il creative director Patrizio Ansaloni- è di prendersi il proprio tempo: questa è un’esposizione da scoprire lentamente, chi l’attraversa superficialmente rischia di perdere qualche pezzo». 
 

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La mostra, visitabile fino 6 maggio, è ideata e prodotta da Con-fine Art (curatore Claudio Mazzanti) con Monrif e Loop (che ha concretizzato le installazioni multimediali) e segue la filosofia delle precedenti esposizioni ‘Dalì Experience’ e ‘Bologna Experience’. Che è quella di offrire un punto di vista inconsueto e sorprendente, garantendo al visitatore autonomia nel percorso. In questo caso il format appare davvero di respiro internazionale, riuscendo a collegare in maniera trasversale per la prima volta aspetti sociali, politici ed espressivi legati appunto a questa idea. 

È un viaggio sensoriale, creativo, culturale ed emotivo quello che il visitatore compie entrando. Perché il muro unisce ma divide, difende ma separa e, soprattutto, non ha un solo lato. E allora, muniti di una mappa concettuale consultabile nelle light box presenti nelle dodici sale, eccoci pronti ad esplorare i muri che il curatore individua in sette categorie: psicologici, pubblici, funzionali, sociali, della memoria, espressivi, politici. Ma, avventurandosi nei corridoi e nelle sale d’arte in cui l’esposizione si dipana come in una scatola delle meraviglie, tutto si confonde. Storia, multimedialità e arte si rincorrono in un universo destrutturato da smontare e rimontare continuamente.

Non a caso sull’idea del muro è stato indetto anche un concorso internazionale di idee in cui creativi di tutto il mondo (hanno partecipato 500 persone con 170 progetti) sono stati invitati per una reinterpretazione di cui la mostra dà conto con l’esposizione delle opere vincenti.

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Iniziamo il viaggio. Si parte da una sorta di ‘varco del tempo’ che racconta in modo documentale il muro dalle pitture rupestri di 40mila anni fa ai giorni nostri. E poi si passa ai muri di parole, e cioé ad un’installazione che mischia scritte antiche e moderne (la Bibbia e Calvino, Orazio e Emily Dickinson) in una Babele di segni svelati e celati. Tutto è gioco, tutto è scoperta: mani in movimento svelano, grazie a un Kinect, cosa si nasconde dietro ad una superficie, alcune parole rintracciate sulle pareti della città vanno a comporre un volume, video rivelano particolari ignoti.

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C’è un di qua e un di là del muro, però. La terza sala offre da un lato concretezza e materialità (il manifesto di Rotella, un imponente Pomodoro, il ferro e il cemento di Uncini), dall’altro permeabilità ed assenza (i meravigliosi tagli di Fontana, Christo, Jeanne Claude). Sui muri si scrive e la mostra dà la possibilità di farlo sulla parete di uno stretto corridoio, magari leggendo i pensieri di chi è transitato prima. 

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Si arriva, finalmente, al cuore dell’esposizione, al bellissimo nucleo dedicato ai Pink Flyod: il loro celeberrimo album ‘The Wall’ è del ‘79, la trasposizione cinematografica di tre anni dopo. Monitor, clip, foto di scena, citazioni, disegni preparatori ruotano attorno all’idea del muro psicologico. Il percorso ha ancora molto altro da mostrare. La sala dedicata a Piranesi ha a che vedere con l’esplorazione della luce così come quella successiva di Hitomi Sato perché ogni spazio rimanda concettualmente all’altro. La giovane artista giapponese propone un’installazione analogica di forte impatto, che sfrutta le caratteristiche riflettenti dei materiali: il visitatore è chiamato ad attraversare un corridoio ondeggiante che pare composto di sereni squarci di luce. 

L’ultima sala ospita le sculture di Matteo Pugliese, ovvero figure umane attraversate da una parete rischiarata da un videomapping. Una tappa finale che sottolinea una questione centrale di ‘The Wall’. Gli uomini che vediamo stanno uscendo, entrando, o sono rimasi incastrati? In altre parole, si può davvero sapere, volere e poter scegliere da quale parte stare del muro?