La basilica di Santo Stefano al collasso:
"E' divorata dall'umidità"
"L'umidità sale sui muri fino a trenta metri d'altezza. Nella chiesa dei santi Vitale e Agricola cresce il muschio. Bisogna correre ai ripari". L'accorato appello di don Ildefonso Chessa a nome di tutti gli Olivetani
BOLOGNA, 20 NOVEMBRE 2009 - PARAFRASANDO un celebre aforisma di Flaiano, la situazione è seria e anche grave. Se non si interviene presto, la basilica di Santo Stefano, le Sette Chiese come le chiamano i bolognesi più anziani, rischiano un degrado che potrebbe risultare irreparabile. «Gli ingegneri che abbiamo consultato, e che hanno prestato la loro opera del tutto gratuitamente — racconta padre Ildefonso Chessa, il benedettino olivetano, 53 anni, origini sarde, una laurea al Dams in Organizzazione ed economia dello spettacolo, che segue la vicenda per conto della comunità che conta attualmente 12 religiosi —, hanno concluso che se non si riesce a fermare al più presto l’azione dell’umidità, qualsiasi altro intervento, anche se dispendioso, risulterà inutile».
Come si dovrebbe intervenire?
«Ormai, il problema rischia di essere strutturale. Nei giorni scorsi è caduto un pezzo di intonaco. Sotto l’edificio ci sono quattro ordini di fognature, il che porta l’aria umida a salire fino a 30 metri dal suolo».
Esistono tecniche particolari per arginare il fenomeno?
«Non sono uno specialista, ma gli esperti parlano di inguainature da sistemare sotto le fondamenta, insieme a sistemi di drenaggio e a iniezioni di cemento».
Quali sono i punti più critici?
«Prima di tutto gli infissi, specie quelli lignei, che abbisognano di un restauro sempre più improcrastinabile. Potrei dire che in certi casi li sosteniamo con lo scotch. E poi, nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola il pavimento è dissestato, ci cresce il muschio, e abbiamo anche avuto — naturalmente siamo assicurati — anche dei visitatori che si sono infortunati. Rimetterlo a nuovo sarà un’impresa, oltretutto la pavimentazione comprende pietre originali e pietre recenti. Scendendo, la cripta e il cosiddetto ‘presbiterio alto’ sono in bruttissime condizioni, e c’è anche un’apertura nel tetto in corrispondenza di due travi del XII secolo».
Quanti visitatori conta la basilica?
«In un anno sono 450mila. E’ come una porta d’accesso con la quale la città si presenta, e la piazza e la chiesa sono il complesso forse più fotografato di tutta Bologna. Di recente, una tv giapponese ci ha chiesto di poter girare un documentario. Questa chiesa è sempre stata conosciutissima in Europa, e le sue origini risalgono addirittura al 393, quando, con il ritrovamento dei resti dei santi Vitale e Agricola, quello che in precedenza era stato un tempio pagano in onore della dea Iside, divenne un luogo di culto cristiano. Nell’XI secolo è stato anche costruito, adiacente a San Vitale, l’ospitale di San Bovo, Bologna era un passaggio obbligato per i pellegrini diretti a Roma e in Terrasanta, e la presenza di un luogo di ricovero ne accentuò la fama».
Ma qual è il senso più profondo di questo complesso?
«Risulta che San Petronio chiamasse le Sette Chiese la ‘Sancta Jerusalem Bononiensis’, e il cardinale Biffi ha scritto che tra queste mura par di udire la voce dei primi maestri della fede. Questo è il cuore antico della Bologna cristiana. Ed è, al tempo stesso, un patrimonio di tutta la città. Ci tengo a sottolinearlo. Dalla Jerusalem Bononiensis, uscendo sullo slargo antistante, la Rotonda Stefaniana, si poteva salire processionalmente verso San Giovanni in Monte che, secondo la leggenda cristiana, rappresentava il Monte degli Ulivi, ai cui piedi, nel Getsemani, Cristo si ritirò prima della passione e crocifissione sul Calvario».
E la città come ha risposto, nel tempo, alla cura di Santo Stefano?
«La Regione, i privati, saltuariamente il Quartiere, la Fondazione del Monte e la Fondazione Carisbo ci hanno sempre sostenuto, fino agli ultimi restauri della chiesa del Crocifisso, realizzati tra il 2007 e il 2008. Ora, come si sa, il ministero Beni Culturali ci ha comunicato di non avere un soldo per noi, e la Curia deve sovvenire in modo primario ai bisogni delle chiese parrocchiali. Ma ciò che è grave, dal mio punto di vista, è la latitanza persistente dell’amministrazione comunale».
Da quanto dura questa sordità?
«Con le giunte Imbeni e Vitali, e soprattutto con il sindaco Guazzaloca, una discreta attenzione per lo stato del complesso vi è stata. Spero che non cadremo nella sindrome di San Giovanni Battista, e cioè che la nostra non diventi una voce che grida nel deserto. Vorrei proprio che non venissimo lasciati soli».
Quanto si è speso, nei tempi più recenti, per lavori di restauro?
«La basilica ha conosciuto interventi di restauro alla fine dell’800. Negli ultimi trent’anni, poi, sono stati spesi circa 6 milioni e mezzo di euro in opere di risanamento, comprese quelle relative al chiostro e alla facciata del complesso monastico posta verso est. Il 12 dicembre del ’99 abbiamo anche inaugurato il Museo di Santo Stefano. Ma mi permetto ancor di insistere sul fatto che il complesso alla cui edificazione lavorarono i monaci benedettini soprattutto tra il 1000 e il 1200 non ha solo una rilevanza confessionale. Percorrendo il complesso stefaniano, vivendolo dal suo interno, ci si rende conto di come esso sia in stretto rapporto con l’intero territorio della città e con gran parte della sua storia».
Si aspetta cose migliori dalla nuova giunta comunale?
«Confesso di non condividere molto l’orientamento, di cui si discute in queste settimane, verso i cosiddetti grandi eventi, che durano lo spazio di una serata, o di una settimana, ma non incidono nell’organizzazione culturale e artistica di Bologna, che ha piuttosto bisogno di momenti stabili e attività continuative, di tutela, di valorizzazione. Ma al di là di questo, vorremmo che nei confronti della nostra basilica non si facessero più questioni di natura confessionale. Vede, io amo Bologna, dove sono arrivato più di trent’anni fa, come studente, ma devo dire con amarezza che, il precedente assessore alla cultura, Guglielmi, ha avuto un modo di porsi verso Santo Stefano arrogante, addirittura piratesco, con l’autorizzazione a installare palchi mastodontici per concerti che portavano solo sporcizia e gente maleducata. Le serate organizzate finora dal nuovo assessore Mantovani sono state decisamente più soft».
Avete calcolato quanto occorre per guarire l’ammalato?
«Stando alle previsioni dei tecnici ci vorranno tra i 2 milioni e mezzo e i 3. Il lavoro sulle fondamenta è costoso. E non voglio ripetermi sull’esigenza di avviarlo al più presto».
di CESARE SUGHI












