Terza puntata del nostro viaggio con la dott. Beatrice Borghi alla scoperta della basilica di Santo Stafano
PRIMA di valicare la porta della chiesa del Crocifisso e immergerci nella contemplazione delle chiese, cappelle e chiostri che compongono lo spazio interno del complesso, ci sembra necessario soffermarci sul personaggio a cui è dedicato il suggestivo monumento. Stiamo parlando del martire Stefano. Perché Petronio — se vogliamo attribuire al vescovo la fondazione del nucleo originario — l’ha intitolato al primo testimone della fede cristiana? E perché solo così poche tracce ci rimangono di Stefano, quando l’intero spazio sacrale è a lui intitolato? La storia sembra riportarci ai primi secoli dopo Cristo e a quei segni lasciateci dalla divinità Iside.
Chi era Stefano?
Stefano, in greco Stèphanos ‘corona’, è il primo martire – testimone fedele di Cristo, colui che cinse la corona del martirio – del Nuovo Testamento, lapidato come blasfemo fuori dalle mura di Gerusalemme per aver infranto le leggi di Mosè, appena nove mesi dopo la resurrezione di Gesù.
Secondo il vangelo di Luca, in quei mesi le conversioni dovute alla predicazione degli Apostoli crescevano in maniera significativa. Essi allora scelsero di eleggere sette diaconi – coadiutori degli Apostoli – perché provvedessero alle varie incombenze delle nuove comunità e ai servizi – diaconia – delle opere di carità. Fra questi Stefano si distinse subito per la sua sapienza e per la sua fede, e decise di rimanere a Gerusalemme nonostante la persecuzione dei cristiani conseguente al divieto imposto agli Apostoli di insegnare nel nome di Gesù. Stefano, ci informa Luca, era «pieno di grazia e di fortezza, operava prodigi e segni grandi fra il popolo» (Act 6, 8-10). Per questa sua capacità di far proseliti egli venne accusato di bestemmia dai sacerdoti, che lo trascinarono davanti al sinedrio. Il diacono «pieno di fede e di Spirito Santo» (Act. 6, 5) si difese appassionatamente, con un lungo discorso in cui riprendeva la storia del popolo ebraico da Abramo a Salomone, sostenendo che Gesù era un Giusto perseguitato, come erano stati perseguitati gli altri Profeti. Poi esclamò: «Ecco, io contemplo i cieli aperti, e il Figlio dell’uomo sta alla destra di Dio» (Act. 7, 55-56). A queste parole lo portarono fuori dalla città e lo lapidarono. Caduto in ginocchio disse: «Signore, Gesù ricevi il mio spirito. Non imputar loro questo peccato» (Act. 7, 59-60). Detto questo, morì, presumibilmente intorno al 31 o 32 in prossimità della festa ebraica di Pentecoste o dei Tabernacoli, vista la presenza a Gerusalemme di molti forestieri (Act. 7, 9). Al supplizio assistette anche Saulo (Paolo), allora fariseo, che era fra coloro che approvarono la sua uccisione. Gli Atti non precisano ove avvenne la lapidazione: si parla infatti di un generico «fuori della città».
Stefano è patrono dei diaconi, e come tale è spesso rappresentato con la veste ‘dalmatica’, paramento liturgico proprio del diacono, lunga fino ai piedi. Le pietre del martirio sono il suo principale attributo iconografico. Al Santo si fa appello contro il ‘mal della pietra’, cioè i calcoli, e contro il mal di testa, e anche contro le malattie del midollo spinale. È anche patrono dei frombolieri, che tirano pietre con la fionda, dei muratori e dei tagliapietre oltre che essere patrono dei cavalli, dei cocchieri e dei palafrenieri, a seguito di una leggenda che lo vuole scudiero di Erode. E’ infine invocato in Francia contro la ‘teigne’ – tigna – per via dell’assonanza col suo nome Étienne. Ancora oggi in Italia vi sono ben 14 Comuni che portano il suo nome.
Luca al termine del suo racconto a proposito del protomartire ci ricorda che «uomini pii seppellirono Stefano e fecero gran lutto per lui» (Act, 8, 2). Questa usanza praticata in Palestina per commemorare i defunti, può essere considerata il primo segno di devozione verso il martire Stefano e san Paolo, parlando del diacono, lo chiama infatti «testimonio di Cristo» (Act, 22, 20).
(3-continua)
di Beatrice Borghi