Sclerosi multipla, 'Non negateci
la cura di Salvi e Zamboni'
Alessandro, 44 anni, ha la sclerosi multipla. I genitori: 'La vita prima di tutto'
LA TORTA di mele calda, lì sul tavolo della cucina. La grande foto della scalata sulle montagne di Bormio, quella volta: Alessandro stava ancora bene. I grumi di colore nei quadri alle pareti: li ha fatti lui, sfumature cremisi e gialle così accese, una deflagrazione. «Al laboratorio», dice con un sorriso. Poi chiede la sigaretta: «E’ l’unico vizio che gli è rimasto», racconta Marisa Alberghini, la mamma. La sclerosi multipla l’ha reso prigioniero: «E’ cominciato tutto nel 1989: una mattina vedeva doppio, lo portammo in ospedale, poi la consulenza non lasciò scampo. Era sclerosi multipla», sospira il padre Romano. Una vita a Borgo Panigale: «Poi siamo venuti qui, a Funo di Argelato, in una casa per Alessandro». L’ascensore, il bagno per lui, il sollevatore: «Fino al 1996 aveva avuto solo alcuni attacchi ma poi stava bene — raccontano —; nel 2000 l’inizio dei peggioramenti». Veloci, come punture d’insetto: «Deglutizione, linguaggio, la gamba: dove saremo fra un anno?». Alessandro ne ha 44.
ROMPONO la riservatezza del loro amore per il figlio e del dolore, privatissimo, di una malattia bastarda che ti stordisce. «Lo facciamo perché gli ammalati hanno dei diritti, il diritto di sperare in particolare: le cure non ci devono venire negate», è arrabbiata mamma Marisa. L’orizzonte è Paolo Zamboni, il chirurgo vascolare dell’Università di Ferrara che all’arcispedale Sant’Anna potrà avviare una sperimentazione sui malati di sclerosi multipla. Insieme a lui lavorerà anche Fabrizio Salvi, neurologo del Bellaria: «Un sogno che si avvera, ma bisogna fare presto, la malattia progredisce, non ci sono pazienti di serie A e di serie B», dice.
DA TEMPO la famiglia Cavazza segue il percorso di Zamboni e Salvi, impegnati nella diagnosi e nel trattamento della Ccsvi (insufficienza venosa cerebro-spinale), la patologia vascolare che secondo gli studi fatti dal professore ferrarese sarebbe associata, in un alto numero di casi, all’insorgenza della sclerosi multipla. «Basta un esame col doppler per capire, è una possibilità: perché non lo fanno?», è la domanda semplice semplice di Marisa. Perché non lo fanno? «Io credo nel diritto alla vita. Questi ragazzi, come mio figlio, hanno il diritto di vivere. Ma se non c’è un diritto a questa scoperta, se non c’è un diritto a sperare, cosa ci resta?», è la domanda disperata.
Intanto Alessandro aspetta. Gli altri malati anche, stretti fra le speranze di una cura che, oggettivamente, non si sa se sarà risolutiva, e — dall’altra parte — un mostro che pian piano ti spegne. «Ma io voglio parlare, voglio che le istituzioni ci aiutino, se c’è un diritto alla vita allora chiedo che sia una vita vera», s’accende mamma Marisa. «Carisma»: basta una parola, nella sala. Alessandro fa capire tutto benissimo. Spera nell’esame, spera che quella cura che ha già aiutato molti possa aiutare anche lui: «Sì».
PERCHÉ le giornate, lì a Funo, sono sempre le stesse: «Alessandro non riesce più a leggere, una volta aveva i suoi libri». Ascolta la musica classica, fa un giro col papà, guarda le pubblicità alla televisione. Il suo bimbo, quello che sta lì nella grande foto, sulle sue spalle forti in mezzo alle montagne, è già un uomo. La sorella, i nipotini. «E allora, se ci sono degli esami, se c’è la possibilità di curarsi, se una speranze esiste, proviamoci», dicono. Trentamila persone, soltanto su Facebook, il social network più diffuso, sono in lista d’attesa: «Le istituzioni aiutino Salvi e Zamboni —scrivono — così aiutano noi».
di VALERIO BARONCINI
25/11/2011 - Bologna
Diplomato/a o laureato/a in scienze economiche
Primaria Azienda Commerciale Regionale











