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E-cat, la macchina che potrebbe valere il Nobel

"La fusione fredda è possibile"

E-cat, quattro ore di autonomia
 

Fusione fredda

Bologna, 11 ottobre 2011 - Il mondo scientifico scruta Bologna e un capannone, là, oltre la cancellata in via dell’Elettricista, alle Roveri. Fumi d’auto e un gran viavai d’artigiani. Ma anche di gente in giacca e cravatta, security e taccuini. Toh. Dalla Svezia, dalla Francia. Perché qui, in un grumo d’asfalti e anonime lamiere, viene concretizzato (secondo le dichiarazioni degli interessati) il sogno di gran parte della comunità scientifica: la fusione fredda. La notizia aveva già riempito le cronache, qualche mese fa. Perché questa scoperta, se provata, vale il Nobel. Il 6 ottobre, di mattina, il reattore più discusso del momento ha prodotto acqua calda e vapore per quasi quattro ore senza alcun tipo di fonte di energia esterna.

La macchina dei sogni si chiama E-cat (Energy Catalizer) ed è stata autonoma — come spiega il resoconto del sito svedese terzo nyteknik.se — se si esclude l’«aiutino» di uno strumento per produrre frequenze che consumava circa 150W. La potenza erogata dall’E-cat, durante questa fase, ha invece oscillato tra circa 2500 e 6000W. Soddisfatti i papà di E-cat, l’inventore Andrea Rossi e lo studioso della fusione fredda, il fisico bolognese Sergio Focardi. Qualche giornalista, possibili compratori dell’E-cat ma anche osservatori dell’Università di Uppsala e dell’Alma Mater: al momento però la comunità scientifica resta diffidente sull’E-cat. Motivo: sulla macchina ‘pesa’ un brevetto, dunque gli inventori capiscono che sì, il miracolo della fusione fredda avviene ma non sono in grado di spiegare cosa avvenga all’interno.
L’esperimento dell’altro giorno ha tolto ogni dubbio sull’energia prodotta dalla macchina. L’elemento di novità del test consiste quindi nel fatto che è stato possibile aggirare il controverso calcolo dell’energia in base alla vaporizzazione immettendo il vapore dal catalizzatore di energia in uno scambiatore di calore, dove veniva riscaldato un flusso d’acqua

Ma se dentro la macchina che realizza la fusione fredda non si può guardare, come se ne esce? Semplice: nel capannone ormai mitologico per la scienza made in Bo, verrà acceso a breve un impianto da 1 megawatt, che è ormai quasi completo. Se funzionerà, la città si ritroverà catapultata in un’era scientifica nuovissima, ecocompatibile e energeticamente evoluta. La pratica al servizio della teoria, il ribaltamento del costrutto secondo cui un esperimento riproducibile è la base per ogni conquista scientifica.

Sarebbe una rivoluzione. Perché il processo di Rossi utilizza nichel e idrogeno ed è capace di produrre una energia incredibilmente superiore a quella utilizzata per creare la reazione. Sintetizzando, la strada per ottenere energia pulita. E’ la reazione che tiene accese le stelle. Al contrario della fissione (che spezza gli atomi emettendo energia), la fusione unisce due nuclei producendone un terzo. Un annuncio del 1989 degli scienziati Fleshmann e Pons aprì una nuova dimensione per la comunità scientifica internazionale. Ma per tutti la fusione fredda è una chimera. E lo è sempre stata. «Avevamo un accordo preliminare con una controparte importante negli Usa per l’impianto da 1 mw — ha dichiarato Tossi a nyteknik.se —, ma quando abbiamo ricevuto la stesura finale, c’erano della clausole che i nostri avvocati ci hanno sconsigliato di accettare». In seguito a ciò, la consegna dell’impianto è stata sospesa. Tuttavia, secondo Rossi l’inaugurazione si terrà comunque in ottobre, anche se non si può ancora rivelare dove. Rossi afferma che al momento attuale non si prevedono altri test. «Fra qualche mese il prodotto sarà sul mercato, e il test migliore lo faranno i clienti: se non funziona, lo restituiranno», ha detto Rossi a Ny Teknik.

di VALERIO BARONCINI

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