Dopo l'ordianza che ha anticipato la chiusura, i titolari: "Persi 35mila euro d'incasso in 2 mesi. Prima di chiudere vogliamo un risarcimento"
di Saverio Migliari
Bologna, 5 gennaio 2012 - Dopo i due mesi di rodaggio l’ordinanza del sindaco su via Petroni, che ha cambiato gli orari di apertura dei locali, comincia a fare le prime vittime.
Il Caffettino, gestito da due ex studenti dell’Alma Mater, è sull’orlo del baratro. «In 2 mesi abbiamo contato 35mila euro di mancato fatturato — racconta disperato Giacomo Battello, uno dei due titolari —. Non abbiamo nemmeno i soldi per rinnovare il dehor così che una costruzione costata 11mila euro ora non sappiamo dove metterla».
Il Caffettino è uno dei pochi locali che si trovano nella cosiddetta parte alta di via Petroni, vicino a piazza Aldrovandi (quella considerata, nella prima versione dell’ordinanza, meno problematica: guarda le foto delle proteste). Se prima del provvedimento i due ragazzi potevano tenere aperto il bar fino alle 3, ora le serrande devono essere chiuse all’una, così da permettere un sonno più tranquillo ai residenti disperati. «Non sappiamo come pagare l’affitto e abbiamo, sommando utenze e fatture, debiti oltre i 15mila euro. Questa è la situazione».
I primi a cadere sono sempre i dipendenti: «Sono costretto a lasciare a casa il buttafuori, perché sennò non potremmo pagarlo. Così non si può andare avanti», commenta Battello. Ma prima di abbandonare la nave che affonda i ragazzi del Caffettino pretendono «un risarcimento. Già non dovremmo accettare quello che ci hanno inflitto, senza possibilità di confronto o replica e senza un preavviso — continua inviperito Battello —. Abbiamo la banca che respinge i nostri assegni e questo comporta danni anche per il nostro futuro. Siamo preoccupati per l’attività e per noi stessi. Dobbiamo vivere ma di questo passo ci indebitiamo di mese in mese. Qualcuno riteniamo debba rispondere almeno con un risarcimento».
Ma nel magma dei debiti e delle fatture non pagate, il Caffettino non ha più nemmeno i soldi per pagarsi una battaglia legale. «Siamo pronti ad andarcene, ma non possono far finta di niente e permettere che tutti noi locali falliamo per il capriccio di quattro residenti. Il degrado è ben altro e noi siamo sul lastrico. Sono amareggiato — conclude — perché non ci possiamo permettere nemmeno il ricorso o l’aiuto di un avvocato».
La storia di questi due ragazzi inizia nelle aule dell’Alma Mater, dove si sono incontrati e insieme hanno deciso di non andarsene più dalla Bologna ricca e festosa: «Io sono veneto, ma sono venuto ad abitare qui perché amavo Bologna, ma ora le cose stanno cambiando — ammette Battello —. Per noi il Caffettino era un sogno, un modo per poter lavorare senza padroni, senza arricchirsi, ma rendendosi indipendenti dalla famiglia. Con che faccia adesso potrei andare da mio padre e chiedergli 10mila euro per pagarmi un avvocato?».
Saverio Migliari