Carlo Novarese racconta la storia della Meccanica Nova
di Marco Girella
Bologna, 7 febbraio 2012 - L’AZIENDA è nata alla fine degli anni Trenta, ma la svolta decisiva arrivò nel 1949, quando uno dei tre fratelli fondatori, Frediano Novarese, si mise in testa di trovare clienti tra i paesi dell’Est europeo, oltre la cortina di ferro. Tanto per dare l’idea dei tempi, in cui il blocco dei paesi occidentali e quello dei paesi comunisti si combattevano per interposti servizi segreti, e non solo, per andare oltrecortina Frediano Novarese doveva prima spostarsi in Svizzera e da lì verso la sua meta. Perché in Italia il visto non glielo davano.
Durante una fiera a Budapest, nel ’54, Frediano fa amicizia con un italiano che alloggia nel suo stesso albergo, Piero Savoretti. Grazie alle sue doti diplomatiche, e alle sue frequentazioni, Savoretti favorirà poi la costruzione dello stabilimento Fiat di Togliattigrad e alla fine degli anni Settanta diventerà consulente del presidente Jimmy Carter per i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Savoretti aiuta anche i fratelli Novarese a sviluppare i loro rapporti commerciali con Urss, Polonia e Romania, che per vent’anni acquistano l’ottanta per cento del fatturato della Meccanica Nova. Il motore di uno sviluppo aziendale che non si è più fermato nei decenni successivi, anche quando crisi economiche ed energetiche hanno imposto scelte diverse.
Ingegner Carlo Novarese, avete fatto i soldi con i comunisti.
«Be’, magari gli operai, che venivano in gran parte dalla Bolognina di quegli anni, erano contenti. Anche se eravamo un’azienda sotto controllo costante perché avevamo spesso ospiti russi, rumeni e polacchi».
Le cose cambiarono negli anni Settanta.
«Ci fu la crisi petrolifera e i paesi dell’Est Europa diminuirono gli investimenti in Occidente. Dovevamo cambiare clienti e scegliemmo le grandi industrie dell’auto e del cuscinetto».
Cosa fa, di preciso, la Meccanica Nova?
«Progettiamo e costruiamo macchine rettificatrici».
Ugh.
«Macchine utensili che lavorano pezzi per auto e cuscinetti con precisioni e tolleranze di millesimi di millimetro. Il cambio delle automobili funziona grazie a componenti lavorati da una delle nostre macchine».
Voi le progettate, le costruite e le vendete alle grandi aziende.
«Esatto. Un personaggio importante per conquistare questi clienti fu mio cognato Andrea Gubellini. Dagli anni Settanta in poi seguì lo sviluppo tecnico delle nostre macchine, collaborando con le aziende clienti. In pratica, gli costruiamo macchinari su misura».
La Meccanica Nova è solida e con fatturati in crescita. Eppure siete rimasti piccoli.
«Noi crediamo nella gestione diretta e quotidiana dell’azienda, ma è possibile farlo solo entro certe dimensioni. Poi il mercato è molto altalenante. Nel 2009 abbiamo consegnato 31 macchine, nel 2012 prevediamo di arrivare a 125. Difficile darsi una dimensione stabile».
Insomma, niente acquisizioni.
«Ne abbiamo fatta una nel ’93: un’azienda torinese in liquidazione che ci ha portato in dote un prezioso know-how. Ma in generale le abbiamo rifiutate. Spesso le concentrazioni fanno soffrire molta gente. Io e mio cognato, che purtroppo non c’è più, non volevamo».
Incorporazioni o no, le crisi economiche impongono scelte.
«Be’, nel 2009 per noi è stata dura. Gli ordini erano precipitati. Abbiamo puntato su una strategia commerciale, inviando i tecnici collaudatori presso i clienti di tutto il mondo a nostre spese».
Per fare cosa?
«Controllare i macchinari, sistemarli, capire se servivano pezzi di ricambio, aggiornare la formazione degli operatori che lavoravano per i nostri clienti».
Gli avete fatto capire che potevano contare su di voi.
«Tanto è vero che quando gli ordini sono ripartiti molti clienti hanno ordinato a noi macchinari che prima compravano da altri».
La dura legge della sopravvivenza economica.
«Con le nostre dimensioni, per resistere, siamo costretti a rimanere tra le due, tre industrie del nostro tipo migliori del mondo».
di MARCO GIRELLA