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Diteci solo le cose fatte

                                       

Bologna, 3 luglio 2012 - PURTROPPO non ce l’ha fatta l’Italia, ma perché non dovrebbe farcela Bologna? Si badi bene, dico la città, non la squadra di calcio, dico questa Bologna che sta ancora cercando la strada maestra per uscire dalla sua decadenza, dal suo degrado estetico. È in crisi la Bologna della politica, che da anni non tira la corsa alla Bologna dei cittadini, i quali si arrangiano, ottenendo anche risultati sorprendenti, perché ci sono anche dei Balotelli petroniani che sanno eccellere nel loro mestiere, che fanno gol pesanti, che conquistano ammirazione e considerazione su scenari internazionali.

Quel che manca è la guida, cioè chi sospinge su una via condivisa. Abbiamo avuto dei sindaci travolti (vedi Delbono) o ambiziosi quanto deludenti (Cofferati). Virginio Merola, pur con tutta la buona volontà, è ancora lontano dall’essere un vero condottiero. Ci vorrebbero un Guido Fanti o uno Zangheri, ma la formazione della quale potevano disporre, una squadra di assessori con dei Pirlo, dei superMario, dei Buffon.

La squadra di Merola è leggerina, non potrebbe mai arrivare ad una finalissima europea, è già tanto se riesce a riportare la città su standard accettabili, con strade senza buche e senza barriere architettoniche, con strade pulite e mezzi pubblici capaci di servire egregiamente la clientela nei giorni feriali e di non doverla abbandonare quando vuole andare in centro durante i T days.

PURTROPPO la squadra attuale, che faticherebbe a superare il girone eliminatorio, eccede in velleità ed autostima, per cui snocciola annunci su annunci e promesse, che anche se fossero state mantenute al cinquanta per cento avremmo già risolto quasi tutti i problemi. Forse è vero il contrario, e cioè che sindaco e giunta, sentendosi portatori di possibilità limitate, sperano di incantare con una girandola continua di progetti e con l’enfatizzazione di iniziative positive ma che non hanno il valore reclamizzato, tipo il gemellaggio con Pollica, che non può certamente essere considerato per quanto è stato reclamizzato.

È proprio davanti alla continua pioggia di propositi che mi viene l’ineludibile voglia di consigliare non maggiore sobrietà negli annunci ma addirittura un totale black out mediatico, una utilissimo silenzio stampa per sei mesi, rotto solo allora da una sintetica ed esemplare comunicazione: l’elenco delle cose fatte.

di Gianni Pecci

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