Bologna, 10 marzo 2015 - «Ho ancora tanti progetti da realizzare. Vedremo che cosa riuscirò a fare...». Si chiude così – con una finestra spalancata sul domani – Una vita bellissima, l’autobiografia di Annamaria Cancellieri. Nel 2011, quando lascia la guida del Comune in vista delle elezioni per il sindaco, da più parti le chiedono di candidarsi. «Proposta molto interessante», ricorda. La frena, però, un «problema etico»: il ruolo super partes con cui è stata mandata a Palazzo d’Accursio dopo le dimissioni di Flavio Delbono. Dopo qualche giorno di riflessione, la Cancellieri dice no grazie. «Diventare la candidata... di qualcuno – commenta – avrebbe violato il patto con Bologna, città in cui ero arrivata con il ruolo di servitore terzo di tutti i bolognesi». Oggi, a un anno dal voto, qualcuno potrebbe farle una telefonata per sondare il terreno. E capire se, fra i «tanti progetti», potrebbe esserci quello di candidarsi sindaco di una città cui non ha mai fatto mistero di essere rimasta «molto legata».

La telefonata è arrivata?

(ride) «No, nessuna telefonata».

Nel caso?

«Nel caso... cosa?».

Non ci sarebbe più alcun ‘problema etico’.

«La situazione è senz’altro diversa rispetto al 2011. Ma ogni discorso si ferma qua».

Tradotto?

«Ringrazio del pensiero, ma declino ogni possibile proposta. Sempre che a qualcuno venisse in mente di farla».

In politica, mai dire mai.

«Voglio essere chiara: ho deciso di non impegnarmi più in politica. Senza rimpianti. Ho altre cose da fare».

Cosa sapeva, di Bologna, quando nel 2010 arrivò da commissario?

«La conoscevo come una città ricca, sviluppata, ben organizzata, con un’alta qualità della vita».

Come andò il primo impatto?

«Benissimo, Bologna mi è piaciuta subito. Mi ha conquistata».

E i bolognesi?

«Beh, li porto nel cuore. Non li dimenticherò mai».

Provi a descriverli.

«Laboriosi, con un altissimo livello di civiltà e una serena voglia di vivere. Gente consapevole dei propri diritti e dei propri doveri di cittadini. Quelli che chiamo ‘cittadini a pieno titolo’».

Che, in alcuni casi, lei sgridò con forza.

«Se parliamo del degrado del centro e dei graffiti, ancora mi arrabbio».

Perché?

«Ancora non mi capacito che i bolognesi non si decidano ad affrontare la lotta al degrado con la decisione e la forza che la loro bellissima città meriterebbe».

Ha saputo della crisi di Coop Costruzioni?

«Ho letto sui giornali».

Duecento dipendenti a rischio licenziamento. Che effetto le fa?

«È una cosa che colpisce molto. Specie pensando che, un tempo, si andava a Bologna a cercare lavoro quando altrove non ce n’era. E si trovava».

In città c’è anche un diffuso disagio sociale. Una spia sono le occupazioni di case.

«A volte si tratta di forme di arroganza, di prepotenza, di non volere sottostare alle regole, a danno di chi, invece, le rispetta. Qui, l’unica risposta è la fermezza».

In altri casi?

«C’è un malessere, un senso generale di sfiducia in un sistema di regole in cui non si trovano risposte ai propri bisogni».

La soluzione?

«Sapere dare risposte concrete».

C’è un angolo di Bologna che porta nel cuore?

«Santo Stefano, è il luogo dell’anima. E i portici, i ciottoli per le strade. Bologna me la porto dentro...».

Che posto ha, Bologna, fra le tante città in cui ha lavorato?

«Le ho amate tutte. Ma con Bologna c’è stato qualcosa in più. È stato un momento magico della mia vita».