Bologna, 14 aprile 2015 - Che l'acqua non sia tutta uguale lo aveva capito Danilo Chili già nel 1960, quando a Cadriano si mise in testa di addolcire l’acqua delle macchine per il caffè. Si trattava di capsule in grado di stemperarne la durezza e migliorare, in un colpo solo, qualità delle bevande e durata dell’impianto. «Ma le piscine non hanno forse lo stesso problema?», qualcuno gli disse. Così Chili, insieme a suo fratello, passò a occuparsi di piscine e per quelle divenne famoso in tutta Italia. E già che ci aveva preso gusto, trovò sul mercato i prodotti dell’americana Culligan (boccioni di acqua da ufficio e piccoli impianti di addolcimento di acqua per uso domestico) e ne divenne distributore. A quel nome, Chili fu sempre più legato finché, nel 1990, prossimo alla pensione, a loro fu naturale vendere. A raccontarcene la storia (VIDEO) è Lauro Prati, direttore vendite commerciale industriale Italia di Culligan Italia.

 

Prati, ecco l’ennesima storia italiana conclusasi con un’acquisizione.

«Più che mera acquisizione si è trattato di un’integrazione via via sempre più stretta. L’azienda dei Chili, difatti, già dagli anni Settanta cominciò a essere conosciuta come Culligan, pur essendone solo un rivenditore».

Gli americani portarono via la produzione?

«Al contrario: la fabbrica italiana, oggi, è uno dei tre soli centri produttivi del gruppo Culligan nel mondo».

Qui cosa realizzate?

«Dall’America continuiamo a importare i piccoli impianti per il trattamento domestico dell’acqua o i classici ‘boccioni’ da ufficio, che rappresentano circa il 50% del fatturato. Il resto sono i grandi impianti industriali, navali o i depuratori municipali».

Ma perché una fabbrica ha bisogno di trattare la propria acqua?

«Per mille motivi. Particolari sostanze e la durezza dell’acqua potrebbero compromettere il funzionamento degli impianti. Oppure pensate alle tecniche di taglio a getto d’acqua o alle produzioni che usano il vapore. E poi spesso l’acqua finisce a far parte del prodotto stesso».

Ci aiuti.

«Pensate alle produzioni alimentari, o al settore delle vernici e a tutti quei prodotti che nascono mescolando vari elementi all’acqua. Ecco, quell’acqua dovrà avere caratteristiche specifiche. E per ottenerle c’è bisogno di uno specifico impianto. Infine ci sono le piscine da cui tutto è partito».

A chi vendete i vostri prodotti?

«Dall’Italia partono gli impianti che servono i clienti dell’area Emea, ovvero Europa, Medio Oriente, Africa. E, in parte del settore Asia e Pacifico».

Perché non produrre lì?

«I nostri impianti spesso sono molto complessi e realizzati su misura. Si parte da elementi di listino per arrivare a progettare tutto il sistema, dall’acqua in entrata fino a quella in uscita. Impianti che spesso realizziamo qui e poi spediamo in container, già pronti. E sistemi del genere non si improvvisano. Qui a Cadriano li realizziamo da mezzo secolo. Conosciamo tutti i problemi e tutte le soluzioni. Ed è un tipo di conoscenza che non può essere delocalizzata».