Bologna, 17 settembre 2014 - E’ lo 007 della sicurezza informatica. Il creatore di un sistema che oggi viene utilizzato anche da Nasa ed Fbi. Il suo nome è Fratepietro, Stefano Fratepietro. Trentuno anni, una storia da predestinato: laurea a Bologna in Informatica per il management, lavoro all’università e l’assunzione al Consorzio servizi bancari. Fino a che molla tutto per l’informatica forense.

Sarebbe?

«E’ la disciplina che permette di estrapolare da un dato informatico una prova digitale che può essere presentata in un contesto dibattimentale. Come successo per l’omicidio di Garlasco o per Yara».

Da dove è partito?

«Devo tutto al professor Cesare Maioli che, ancor prima di laurearmi, mi propose di aiutarlo nel corso di informatica forense. Quest’esperienza mi ha portato a creare Deft: un sistema che consente di acquisire, preservare e analizzare il dato informatico senza alterarlo. Lo utilizzano Nasa, Fbi, le forze dell’ordine italiane e tante banche. Il segreto di Deft è che è gratuito».

Ci faccia capire: dal posto fisso a un programma gratuito?

«Ebbene sì, Deft è stato il nostro biglietto da visita. Io e Massimiliano Dal Cero lo sviluppavamo la notte quando lavoravamo ancora come dipendenti. E grazie a Deft hanno iniziato a chiamarci per le consulenze».

Risultato?

«Un anno e mezzo fa ho potuto creare la Tesla consulting srls, una società che si occupa di sicurezza informatica».

In cosa consiste il vostro lavoro?

«Siamo hacker che lavorano per le aziende. Simuliamo attacchi informatici per cercare i punti deboli dei clienti, così da aumentare il loro livello di sicurezza. Senza avere alcuna informazione, vediamo fino a dove riusciamo a penetrare: spesso arriviamo fino al pc dell’amministratore delegato».

Chi sono i vostri clienti?

«Le aziende ci chiamano come consulenti esterni perché un manager costerebbe troppo. Abbiamo grossi clienti italiani e all’estero. Molti ci chiedono di combattere la concorrenza sleale. Creiamo progetti per tracciare le attività informatiche e proteggere i brevetti. Ogni tre mesi c’è un dipendente che tenta di sottrarre il know how della propria azienda per farsi assumere da un’altra».

Proteggete anche le vendite online?

«Certo. Ci è capitato che un grosso cliente ci abbia chiesto di testare il nuovo sito di e-commerce: siamo riusciti a comprare un televisore ultra hd del valore di 8mila euro senza pagarlo».

Ci sono pericoli anche nei nostri cellulari?

«C’è da stare attenti. Mi ha chiamato il programma ‘Le Iene’ per un servizio in cui dimostravo che, se resetto un telefonino per venderlo, un hacker riesce a recuperare tutti i miei dati».

Vi cercano anche le forze dell’ordine, vero?

«Sì, spesso. Abbiamo partecipato ai sequestri di materiali informatico nelle indagini sugli appalti per l’Expo. E più volte per casi di persone scomparse».

Nuove idee in cantiere?

«Con l’università di Bologna abbiamo sviluppato un sistema che ‘ascolta’ quello che la gente scrive pubblicamente sul web e lo salva su un data base. E’ a tutela della propria immagine: quando si sparla, arriva un alert, l’analista valuta il contesto e, se è diffamatorio, lo passa all’avvocato di turno».

E la privacy?

«Parliamo di ‘luoghi’ pubblici: se il gruppo su Facebook è aperto, io non sto violando nulla. Ho due figli e la sera voglio andare a letto con la coscienza a posto».