Bologna, 20 ottobre 2015 -  La voglia di cambiare. Questo l’elemento distintivo, e comune, del dna di Marco Morselli e Maurizio Gilli. La prima manifestazione del gene vent’anni fa, di questi tempi, quando entrambi stufi del proprio ruolo di gregari in azienda, decisero che era giunto il momento di giocare di punta.

Morselli, così nacque la Delta Chiodatrici. Ma voi oggi fate ben altro.

«Le chiodatrici, principalmente per il settore dei mobili, le abbiamo costruite per conto terzi lungo tutto il primo anno di attività. Oggi invece siamo leader nella progettazione, realizzazione e vendita di macchine e impianti produzione di tutto ciò che costituisce un pallet».

Il valore di puntare al dettaglio.

«Nel nostro campo, le aziende si contano sulle dita. Siamo tre in Italia e meno di dieci in tutto il mondo».

E i cinesi?

«Ci risulta siano arrivati anche loro. Ma vede, se c’è una cosa per cui essere italiani, anzi bolognesi, costituisce nel mondo un valore aggiunto inestimabile, di sicuro sono le macchine automatiche».

Cosa c’è, al di là del buon nome?

«Un mucchio di cose. Dall’esperienza nel settore, al legame con l’università e le scuole tecniche, fino a un dettaglio non da poco: i nostri fornitori non solo sono nel bolognese. In molti casi sono proprio qui attorno».

Qui attorno, a un certo punto, è arrivato anche il terremoto.

«Abbiamo avuto mesi di disagi e inagibilità. Ma da queste parti nessuno, in quei giorni, è rimasto a casa ad aspettare. E per un motivo molto semplice: il mondo, attorno, continuava a correre. Fermarsi equivaleva a tirar giù la serranda una volta per tutte».

Torniamo agli inizi. Come sono stati?

«I primi anni, come tutti, abbiamo sofferto. Le cose hanno cominciato a ingranare lentamente. La svolta c’è stata quando, dalle chiodatrici, siamo passati alle macchine automatiche per i pallet. Quindi, dal 1999 in poi, abbiamo preso il volo».

Erano gli anni di internet, ma ancora nessuno lo sapeva...

«Beh, devo dire con un certo orgoglio che grazie a mia moglie, Lucia Silvani, nell’avventura del web ci siamo lanciati tra i primi».

Anno?

«Duemila. Con il dominio nailingmachine.com, ovvero la traduzione inglese di ‘macchina chiodatrice’. Pensi che i nostri competitor stranieri sono dei giganti in confronto a noi. Ma chi digita macchine chiodatrici sul web, oggi, trova noi».

Crevalcore 1, resto del mondo 0.

«Anche grazie a questo, oggi, realizziamo quasi l’80% del nostro fatturato fuori dall’Italia».

Quanti contatti si trasformano poi in un acquisto?

«Pochi, se considera che le nostre sono macchine produttrici, complicate, dal costo elevato e molto spesso realizzate su misura. Ma, vede, anche il grosso gruppo produttore di pallet, oggi, se cerca un nuovo strumento per la propria officina, per prima cosa va su internet. E trova noi».