Bologna, 27 ottobre 2015 -  Piemontese d’origine, giramondo per indole, quando decise di trasferirsi a Bologna Claudio Paravidino (VIDEO) lasciò il lavoro nei cantieri per diventare agente di commercio alimentare. «Ma sa, all’epoca a luglio e agosto la città era deserta e i negozi abbassavano le serrande. Per me equivaleva fare la fame e così iniziai a collaborare con un artigiano che realizzava canalizzazioni in lamiera per aspirare l’aria dalle fabbriche».

Non male: dopo 40 anni la Imas Aeromeccanica ha 60 dipendenti, due stabilimenti e 6,2 milioni di euro di fatturato.

«Da semplice lavoratore stagionale ci ho preso gusto. Al punto che l’artigiano per il quale lavoravo, a un certo punto mi ha convinto a rimanere».

Entrò in società con lui?

«No, quando andò in pensione io mi feci coraggio e fondai la Imas».

Lo spazio iniziale?

«Un garage. Ma otto mesi dopo e affittai un magazzino in via Jussi a San Lazzaro. Da 15 metri quadrati a 70: fu un vero exploit per me (ride, ndr)».

L’«exploit» vero, allora, quale fu?

«Fu concettuale. Cioè aver capito quanto fosse importante, oltre all’ambiente interno, anche quello esterno».

Si spieghi meglio.

«Vede, all’epoca nessuna norma regolamentava le emissioni in atmosfera. L’unico motivo per cui gli imprenditori si preoccupavano di bonificare gli ambienti erano le proteste dei sindacati. Ma la prassi era aspirare e sparare all’esterno. Noi, invece, già negli anni ’70 facevamo depurazione e non solo aspirazione. Cercavamo di convincere gli imprenditori a depurare l’aria».

Funzionava?

«Facevamo una gran fatica. Puntavamo sulla coscienza civica delle persone. Poi, però, quando nel 1988 arrivò la prima legge a regolamentare gli scarichi e i fumi aziendali, noi ci trovammo avanti anni luce».

Lo traduca in numeri?

«La legge imponeva di non superare i 20 milligrammi di agenti inquinanti nell’aria. Noi, con i nostri impianti, raggiungevamo i 6-8 milligrammi».

Ma chi inquina?

«Tutte le produzioni pesanti sviluppano inquinanti. Anche se si tratta di elementi molto diversi tra loro».

Aspirare una sostanza o l’altra però sarà uguale.

«Beh, no. Ci sono le polveri che derivano dalla lavorazione del legno: da quelle polveri, raccolte e condensate, i nostri impianti generano biomassa. Per le industrie meccaniche, invece, il residuo è fatto di oli. Per ogni residuo abbiamo un metodo di raccolta diversa. La ricerca è su questi campi visto che sono tutti realizzati su misura».

Il resto del vostro business sarà la manutenzione...

«No, perché ormai si tratta di impianti autorigeneranti e a vita lunga. Sono impianti costosi, ma la spesa equivale alla risoluzione del problema».

Ormai le fabbriche sono lontane dagli stanzoni neri e fumosi dell’800: c’è poco da depurare.

«Non direi la stessa cosa in Sudamerica, Africa o in certi paesi dell’Est Europa. Le vere sfide, per noi, oggi risiedono lì».