Bologna, 9 giugno 2015 - L’attuale vicepresidente della Filatura Papi Fabio è il signor Fabio Papi. Il nome però non tragga in inganno: quello della ragione sociale è suo nonno, terza generazione di Papi alla guida dell’azienda, che a Gaggio Montano esiste da 125 anni. Tra i due Fabio c’è Francesco, l’attuale presidente.

Papi, andiamo alle origini.

«Papi Vittorio. Pratese. Nel 1890 decise di darsi alla filatura: si fece prestare dei soldi e acquistò, a Faenza, un piccolo magazzino di fianco a una segheria, dove avviò l’attività».

Andò bene, se siamo ancora qui.

«Andò malissimo, invece: due anni dopo la segheria andò a fuoco, portandosi dietro anche la laneria. Vittorio, il mio bisnonno, se ne tornò a Prato senza più niente. Anzi, con il debito iniziale ancora da pagare».

Non può finire così, l’intervista è appena cominciata.

«Vittorio contrasse un nuovo debito e ci riprovò, questa volta a Gaggio. Andò meglio, l’impresa partì, ma lui morì di broncopolmonite, lasciando tutto a mio nonno Oreste, allora 17enne, che ci lavorò per 16 anni, prima di morire nella Grande guerra, a 33 anni...».

La prego, arriviamo ai successi di oggi.

«Mio padre Fabio prese in mano l’azienda e la fece crescere. Io subentrai nel 1967».

Fu un obbligo?

«Fu normale: ero cresciuto qui dentro. Andai a studiare a Prato, ne tornai perito tessile e mi misi al lavoro. Nel frattempo ci eravamo trasferiti in questa nuova sede e pensavamo già all’idea di puntare a mercati nuovi».

Estero?

«Sì, Carpi. E guardi che per un’azienda locale, in quegli anni, andare così lontano era come sbarcare a New York...».

A New York, poi ci siete arrivati davvero.

«Prima occorreva migliorare le nostre prestazioni. Quando arrivai la nostra capacità era di 12 chilometri di filato ogni chilo di lana. Con me alla guida dell’azienda, per prima cosa arrivammo a 15 chilometri. Oggi siamo a 47. Puntammo sulla qualità, sulla tecnologia e cominciammo a uscire dall’Italia. Francia, Germania e via, fino al Regno Unito, che all’epoca era la patria incontrastata del cashmere».

Oggi, invece?

«La lana migliore viene dalla Cina. E pensi che noi la acquistiamo, la lavoriamo, la trasformiamo in eccellenza e gliela rivendiamo. La filatura, nel mondo, ancora oggi parla italiano».

La difficoltà maggiore?

«Puntare costantemente sull’eccellenza assoluta. L’unica cosa su cui il made in Italy può competere».

Come la ottenete?

«Pretendendo la lana migliore, che come sa è solo una piccola percentuale di quella che produce ogni pecora».

Voi come fate?

«Andiamo in Cina ogni anno. Visitiamo gli allevatori, mangiamo la capra assieme a loro, viviamo con loro...».

Fuor di metafora?

«Ma quale metafora, guardi...» (Francesco Papi si alza e recupera un album fotografico che testimonia, scatto dopo scatto, l’ultima settimana passata tra le greggi, in Cina...).