Bologna, 20 ottobre 2017 - Pantacalze rosa e supercodini, Marina, 5 anni, imbocca l’uscita del reparto a razzo, tirandosi dietro mamma Maria e papà Nikolaos che non mollano un attimo. Sorridono. La paura è un ricordo; certo Marina dovrà tornare qui a gennaio, ma lei divora la strada della sua guarigione. Prima di sgusciare fuori dall’unità operativa complessa di Chirurgia pediatrica del Gozzadini, dove è stata ricoverata nell’ultimo mese, quegli occhioni che brillano fanno il pieno di abbracci e baci degli infermieri.

Tutti se la coccolano. Ha l’argento vivo addosso Marina, arrivata da Creta al Sant’Orsola perché solo in via Massarenti, dove è nata quattro decenni fa l’urologia pediatrica grazie a Remigio Dòmini, la sua patologia invalidante sarebbe stata curata bene. Patologia che «non è molto frequente. Da quando sono direttore, quindi in 16 anni, ne avrò viste una decina», specifica Mario Lima, direttore dall’unità operativa complessa di Chirurgia pediatrica. Lima, il mago della chirurgia pediatrica, ancora di più se mininvasiva, la segue da lontano. Sorridono anche il super anestesista pediatrico, Fabio Caramelli, il coordinatore dei 13 infermieri del blocco operatorio, Lorenzo Ciarma e la coordinatrice dei 15 infermieri del reparto, Claudia Bagnara, trent’anni tra i piccoli e super piccoli del Gozzadini.

Cinque ore in sala: Lima a operare con l’aiuto Giovanni Ruggeri; Caramelli e il collega Paolo Taffache a guardia di battito e respiro perché l’anestesia su un bambino è ben altro rispetto a quella per un adulto e richiede un curriculum a cinque stelle; due specializzandi, Francesco Pierangeli e Giovanni Parente. A segnalare il caso a Lima, un suo ex alunno, tornato a casa, del master in Chirurgia mininvasiva e urologia pediatrica, Stefano Vlatakis.

Un viaggio della speranza, pagato in toto (essendo all’interno della Ue) dalla Repubblica ellenica che ne ha riconosciuto la necessità. Un viaggio in quel reparto dove «nessuno è lasciato solo», osserva, con un soffio, il chirurgo. Dove i genitori entrano e restano in sala operatoria fino a che il loro cucciolo non si addormenta e vanno anche in terapia intensiva perché il primo volto al risveglio sia quello di mamma e papà.

«L’ignoto fa paura: nessun bimbo qui rimane solo – precisa Bagnara –. I genitori sono fondamentali: ci si guadagna in tranquillità. E poi spesso sono i bambini a rassicurare i grandi». «La sofferenza dei bambini è un mistero» così disse, a Lima, l’arcivescovo Carlo Caffarra durante un visita nel 2008. «Non dobbiamo focalizzarci sulla sofferenza – sottolinea il primario –: i bambini e le loro famiglie hanno bisogno di sapere che ci sono persone disponibili ad aiutarle e che conoscono il problema che li affligge. Hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno lì per loro 24 ore su 24: il vero pericolo è la sindrome dell’abbandono».