Bologna, 21 febbraio 2016 - " Hai presente Umberto Eco?". Tra gli studenti di Scienze della Comunicazione negli anni Novanta, sotto le Due Torri e non solo, ricorrere alla notorietà del Professore era sempre il modo più facile per spiegare cosa fosse quel corso di laurea a cui tutti facevano a gara per iscriversi. 

Anno accademico 2000-2001, al test d’ingresso per 390 posti si iscrissero in 1420 provenienti da tutta Italia, compreso chi scrive. Ma per studiare poi cosa? "Ah certo, Umberto Eco", rispondeva l’interlocutore, fosse italiano, finlandese, americano o vattelappesca di dove. Un po’ perché Eco in quegli anni aveva già scritto i suoi saggi più famosi e collezionato gran parte delle sue lauree honoris causa (quaranta in tutto: dalla Katolieke Universiteit di Leuven, Belgio, nel 1985, all’Universidade de Rio Grande do Sul, Brasile, 2014, più quella originale, in filosofia, nel 1954 a Torino). Un po’ perché anche chi non ha studiato sui suoi libri, di sicuro ha letto o conosce qualcuno che ha letto ‘Il nome della Rosa', o 'The name of the Rose', 'El nombre de la rosa', 'Der name der rose', '?????' e così via, in tutte le lingue esistenti, esperanto compreso.

Era Umberto Eco il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, così come fu il Dams, che contribuì a fondare. Anche se nei primi anni Duemila già non insegnava più. Si era trasferito a Milano. Nella città dove compì gli studi che lo hanno reso famoso nel mondo veniva almeno una volta all’anno, a presiedere una conferenza alla Scuola superiore di Studi umanistici di via Marsala, dove la legge non scritta tra gli studenti prescriveva che l’unica buona ragione per mancare fosse la morte propria o di uno stretto congiunto.

Il professore appariva in corridoio, il sigaro appeso in bocca, quel sorriso a denti stretti, e rispondeva nel modo più acuto, divertente e intelligente di tutti a chiunque lo interpellasse, fosse anche per chiedergli dov’è il bagno. "E’ lo sguardo semiotico", commentavano i primi della classe: non una scienza ma un metodo che si applica a tutto, dall’estetica in Tommaso d’Aquino alla fenomenologia di Mike Buongiorno. 

Ecco, ma la semiotica, poi, cos’è? Ancora una volta torna utile ‘Il nome della Rosa’. Di cosa parla? Tre le opzioni. E’ un romanzo rosa incentrato sulla storia d’amore tra un giovane monaco e una bellissima villana. E’ un giallo ambientato in un'abbazia, con una serie di omicidi e un investigatore. E’ un rigoroso saggio storico sulla vita nei monasteri del medioevo.

La risposta esatta è tutte e tre, ed ecco cos’è la semiotica: nel 1962, in anticipo di mezzo secolo su internet, la realtà aumentata e gli ipertesti, un trentenne barbuto, docente di Estetica di fresca nomina, già ex editor alla Bompiani ed ex autore Rai, pubblicava un saggio che si chiamava ‘Opera aperta’ e teorizzava che certe opere non sono chiuse, e il loro senso non è univoco. Piuttosto ogni lettore collabora con il testo, lo interpreta, si muove nei suoi sentieri narrativi con maggiore o minore libertà, connettendo la propria conoscenza enciclopedica a quel mondo e costruendone il senso.

Tutto qui? Macché, quello è solo l’inizio. I suoi saggi sono stati più di cento, dai limiti dell’interpretazione alle fiabe per bambini, passando per la storia della bruttezza nei dipinti e l’analisi del berlusconismo. Diceva Paolo Ruffino, uno studente di quegli anni, oggi docente universitario in Inghilterra: "Se una cosa può essere pensata, di sicuro Umberto Eco ci ha già scritto un saggio. Ed è sicuro la pubblicazione più esaustiva a riguardo". E il bello è che nove volte su dieci era vero.