Bologna, 4 gennaio 2017 - "Ancora vivo". Si intitola così ed è già un affronto. Il manoscritto – alcune centinaia di pagine, corpo evidente, un carattere lezioso da fumetto di seconda fascia che non s’addice alla cronaca nera – negli ultimi mesi è passato fra le mani di diversi editori, ricevendo un "no" dietro l’altro. Il sottotitolo identifica meglio la vicenda e l’autore del memoir: "Fabio Savi, la mia storia con la Uno Bianca".

Dopo le richieste di uscire dal carcere, gli scioperi della fame, le innumerevoli proteste, ma soprattutto dopo una scia di sangue e orrore fatta di 24 vittime e cento feriti a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, l’autobiografia di Savi, ora 56 anni e una condanna all’ergastolo da scontare, è l’ennesima mossa destinata a riaprire una ferita mai rimarginata.

Un personaggio in cerca d’autore (e d’editore) e una storia – obliqua, raccontata in maniera parziale, con molte bugie e omertà che non meritano di essere riportate – che riaffiorano proprio nel giorno più difficile, quello dell’anniversario dell’eccidio del Pilastro di Bologna. Era il 4 gennaio 1991: la banda – composta da poliziotti emiliano-romagnoli dediti a rapine e omicidi – spezzò le vite dei componenti di una pattuglia dell’Arma dei carabinieri.

Otello Stefanini, Andrea Moneta, Mauro Mitilini. I ragazzi, lasciati a terra sotto una coltre di sangue e bossoli si chiamavano così. C’era nebbia, quella notte, addosso alle torri di via Casini, prima periferia della città. I Savi non si fecero scrupoli; Roberto (il più vecchio) rimase ferito. Seguirono rivendicazioni finte, false piste e una confessione dei fratelli Savi in sede processuale che ha chiuso la verità giudiziaria definitivamente su quella vicenda. Fabio da 22 anni è in carcere. E nel suo memoriale racconta in uno dei passaggi più controversi proprio di quella notte e di quella nebbia.

Fabio Savi e la banda sono alla ricerca di auto da rubare per fare le rapine. In quel quartiere popolare accade all’improvviso "un brutto fatto". Racconta che l’auto della gang procede lenta a causa della nebbia quando viene quasi in contatto con il mezzo dei carabinieri. Savi scrive che l’auto prende una direzione opposta rispetto all’Uno Bianca e che forse i militari hanno trascritto la targa della loro macchina.

È un attimo e i carabinieri rispuntano alle spalle del mezzo, quando uno dei componenti della Banda, che viene chiamato Gennaro (ma per la giustizia sarà Roberto Savi) lascia partire alcuni colpi. Il testo prosegue con la descrizione della Uno Bianca che fugge e di un nuovo incontro con la pattuglia: ed è qui che, secondo Savi, i carabinieri scaricano colpi addosso alla banda. Mai scenario più lontano dalla realtà, come hanno ricostruito i magistrati: i militari cercarono di fuggire alla follia omicida, risposero al fuoco per difesa e vennero finiti senza pietà. Non c’è cenno di scusa o di dolore nello scritto. Solo l’accettazione dell’eccidio del Pilastro come una conseguenza inevitabile.

Solo autocommiserazione per una condizione sciagurata, e una irritazione palpabile per le indagini seguenti, gli interrogatori, le condizioni di detenzione. Non stupisce questo comportamento, d’altronde. Fabio Savi, che è recluso nel carcere di Uta, nel Cagliaritano, da tempo chiede di essere trasferito e a ottobre ha iniziato uno sciopero della fame "per potere scrivere libri" e "lavorare per mantenere la sua famiglia", aveva spiegato il suo avvocato Fortunata Copelli.

Un memoriale, però, lo ha già scritto. Eccome. E non è finita, perché Savi ha presentato anche un ricorso alla Corte europea dei deritti dell’uomo per vedersi commutare la pena dall’ergastolo a trent’anni. In caso di accoglimento uscirebbe all’istante. L’udienza non è stata ancora fissata.