Bologna, 4 gennaio 2016 - Venticinque anni dopo, Bologna ricorda oggi uno dei momenti più tristi e difficili della sua storia recente, la strage del Pilastro (SCHEDA) del 4 gennaio 1991, quando la banda della Uno Bianca guidata dai fratelli Roberto e Fabio Savi uccise tre carabinieri di pattuglia in via Casini – Andrea Moneta (21 anni), Otello Stefanini (22 anni) e Mauro Mitilini (21 anni) – in quella che è ricordata come l’azione più tremenda e spietata della banda di ex poliziotti che imperversò tra Marche ed Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994 (FOTO: La commemorazione).

Come ogni quattro gennaio le istituzioni civili e religiose, nonché i familiari delle vittime e i cittadini bolognesi, ricordano il sacrificio dei tre carabinieri con una messa nella chiesa di Santa Caterina da Bologna in via Campana 2, gremita, officiata dall’arcivescovo Matteo Zuppi.

In via Casini, poi, si è tenuta la deposizione delle corone al monumento in memoria delle vittime. Alla cerimonia il sindaco Virginio Merola, il presidente del quartiere San Donato, Simone Borsari e il consigliere Claudio Mazzanti,in rappresentanza del Consiglio comunale.

«Io sono cristiana, credo in Dio e in questo Papa che dice di perdonare. Ma io sarei falsa se dicessi che ho perdonato. Non riesco a perdonare», ha detto Annamaria Stefanini, madre di Otello,

«Questa comunità non dimentica Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, i tre ragazzi in uniforme, poco più che ventenni che 25 anni fa caddero vittime della ferocia degli assassini della Uno bianca, mentre svolgevano il loro lavoro a tutela e a difesa delle sicurezza e della legalità. Il loro sacrificio non può e non deve essere dimenticato» sottolinea il presidente della Regione, Stefano Bonaccini.

Un ricordo commosso arriva anche dalla presidente dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna, Simonetta Saliera: «La violenza stragista della banda della Uno Bianca rappresenta una ferita sempre aperta nel cuore democratico di Bologna, e l’eccidio del Pilastro è uno dei tributi di sangue che questa città ha pagato nel lungo dopoguerra. Ricordare è, quindi, un dovere civile perché chi dimentica le proprie tragedie e cede all’oblio della memoria è condannato a riviverle».