Bologna, 11 ottobre 2017 - Che possa esistere una relazione tra arte e scienza, tra creatività e rigore geometrico lo ha dimostrato con il dipinto che campeggia nella sala di ingresso di Palazzo Pepoli, suo contributo alla mostra, controversa e di successo, Street Art. Rusty è l’archetipo dello ‘street artista’, esperienze adolescenziali consumate a dare nuova vita ai muri scrostati della Bologna dimenticata, quella delle periferie ancora non raggiunte dall’attenzione istituzionale, sino ai recenti riconoscimenti. Un percorso che si arricchisce con la partecipazione alla serata di inaugurazione, oggi (ore 19.15), del nuovo Centro Arti e Scienze dell’Opificio Golinelli, dove il suo tratto urbano che ancora accompagna chi percorre le linee ferroviarie fuori città, dialogherà con la musica di Ezio Bosso.

Rusty, oggi il suo gesto istintivo, che ha sempre avuto nell’immersione nella realtà il suo carattere identitario si trasferirà in un ‘altro mondo’.

«Sì, un mondo virtuale, nel quale mi immergerò attraverso un visore che ha la forza di isolarmi del tutto da quello che mi circonda e che mi proietterà in un universo fantastico nel quale realizzare i mie disegni».

Per un artista come lei, che viene dalla strada, è un passaggio singolare. Niente adrenalina, smussata la tensione, rimane l’arte?

«Quello del lavoro nella realtà virtuale da un lato è bel gioco, una sperimentazione che è solo all’inizio e che la Fondazione Golinelli ha fatto sua, dall’altro apre infinite possibilità, scenari che superano le geografie per chi fa arte di strada. Perché, paradossalmente, qui, con questo casco, cade ogni remora. Se prima, di fronte a un palazzo o in una determinata situazione, si decideva di non dipingere, vuoi per rispetto dell’edificio che avevi di fronte, vuoi per l’oggettiva pericolosità del momento, il virtuale, abbatte ogni barriera. Ed è anche una palestra importante per chi si avvicina a questa dimensione artistica».

Le due vie, la strade e il virtuale, non sono però antitetiche.

«Per nulla, la strada è una scuola, ma non deve per questo essere necessariamente mitizzata, vissuta in maniera romantica e come forma di isolamento dal mercato. Io sono felicissimo di essere stato invitato a partecipare alla mostra di Palazzo Pepoli e sono orgoglioso di prendere parte a questa prima assoluta voluta dalla Fondazione Golinelli. Dopo trent’anni dal mio esordio per le strade, penso si tratti di un riconoscimento importante. Un punto di arrivo dal quale partire nuovamente».

Ci svela il contenuto del lavoro che realizzerà oggi?

«Posso solo anticipare che si tratterà di un’opera dedicata proprio al tema dell’esposizione Imprevedibile che inaugura qui venerdì. Il rapporto difficile, nervoso, tra arte e scienza».

A proposito di interazione, lei dipingerà, se pure in maniera virtuale, mentre Bosso suonerà...

«È una performance che abbiamo sviluppato insieme, cercando proprio di unire il rigore della partitura scritta con i margini dell’improvvisazione. Arte e scienza, appunto».