La Filarmonica del Comunale diretta da Alberto Veronesi ha entusiasmato il pubblico. L'evento ha concluso le celebrazioni per i 125 anni del Resto del Carlino
Bologna, 21 dicembre 2010 - ALBERTO Veronesi alza la bacchetta verso l’alto e, con un gesto elegante, chiude i suoni, i silenzi immanenti, le emozioni. Tutto resta sospeso nell’aria per qualche istante, mentre gli archi, i fiati, le percussioni della Filarmonica del Comunale ricordano un quadro impressionista, con i gesti e le mani ritratti al confine tra movimento e quiete, ricordi e oniriche visioni, il presente che diventa già passato. Il Manzoni ieri sera era gremito di gente, l’atmosfera gioiosa, inebriante, sembrava di essere a una festa, non a un concerto di musica classica. Si suona e si ascolta con il medesimo intento: contribuire a salvare Santo Stefano, a raccogliere i fondi per gli improrogabili restauri, accogliendo un’iniziativa promossa dal nostro giornale che ha trovato nel tempo tanti entusiasti aderenti, tra gli altri i big della musica leggera, Claudio Abbado e l’Orchestra Mozart, fino ad Alberto Veronesi, sul podio della Filarmonica del Comunale.
E NELLA STESSA serata si concludono anche le celebrazioni per i 125 anni de il Resto del Carlino, fondato nello stesso anno in cui nascono Otto Klemperer ed Ezra Pound, muore Victor Hugo, ha luogo la prima esecuzione della Quarta Sinfonia di Brahms, Nietzsche termina Also sprach Zarathustra, e nel porto di New York, precisamente sull’isola di Bedloe, viene innalzata la Statua della Libertà. L’arte e la cultura che si inseguono nel segno della musica e della storia, il quotidiano della città e un’Orchestra che celebrano Bologna, la sacralità e l’ebbrezza, ancora una volta sette note e Sette Chiese, e quindi Schubert e Beethoven, ovvero il Poeta e il Titano. Alberto Veronesi sale sul podio, gli applausi lo sommergono, ma l’Ouverture del Coriolano è già lì, scolpita sugli spartiti, pronta a toccare il sublime, la forza, l’eternità. L’esecuzione del direttore milanese è esemplare, tersa, trascinante. I musicisti della Filarmonica lo seguono come fossero una piccola formazione da camera e non una grande orchestra sinfonica, gli attacchi e le entrate sono impeccabili, il timbro è rotondo e scava nell’estetica protoromantica, evocando le illusioni beethoveniane, la speranza di un mondo migliore, libero dall’oppressione e dalla tirannia. Poi Schubert, la Quinta Sinfonia.
ECHI impercettibili della memoria, sovrumani silenzi, l’intimità che si apre all’eternità, l’epica dell’uomo raccontata in un salotto viennese. Poesia, idee che si rincorrono, continui e impercettibili mutamenti sonori che scivolano via, come onde nel mare della coscienza, illusioni, speranze, inesprimibili struggimenti. Alla fine, inevitabilmente, il Destino e l’Uomo si incontrano, si scontrano, dialogano, come nelle Operette Morali leopardiane, lottano. La Quinta di Beethoven, il dogma della musica che rappresenta l’energia e il disperato tentativo di ribellarsi al tutto, la consapevolezza della propria caducità, il desiderio di rinascere e vivere senza dolore, questa volta, senza ricordi, senza passato né futuro, solo l’oggi, adesso, ora. Veronesi trascende la musica, porta la Filarmonica in alto, la sospinge verso profondità inimmaginabili, esplode di forza, vita, folle energia, inarrestabile volontà. L’Uomo vince contro il Destino, sembra dirci Beethoven, bisogna continuare a combattere, nonostante inaudite sofferenze, soccombendo eroicamente, proprio come il genio di Bonn, che un giorno non udì più nulla se non la musica della propria anima. Solo allora, Alberto Veronesi alza la bacchetta verso l’alto e, con un gesto circolare, chiude i suoni, i silenzi immanenti, le emozioni evocate dalla Filarmonica del Comunale. Il trionfo scende sul Teatro Manzoni, lo avvolge, sale dalle poltrone rosse e arriva fino al palcoscenico. La Basilica di Santo Stefano, in lontananza, si riflette contro le luci di Bologna, ne accoglie le gioie e le speranze, apprestandosi al Natale e guardando al futuro con consolidate certezze. Sono passate 45.000 notti da quando il Carlino ha cominciato a scrivere 125 anni di storia della città, dell’Italia, del mondo. L’ultima di queste notti, o la prima delle prossime 45.000, se si preferisce, va in scena una sera d’inverno, in un teatro colmo di gente, ascoltando musica immortale.
di Uberto Martinelli
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