Bologna, 21 aprile 2017 - “Oggi, ventuno aprile 1945, nel giorno del Natale di Roma, la Dotta chiude la sua sanguinosa tragedia. Sono le 7,30 quando mia moglie mi viene a svegliare bruscamente: nella via Rizzoli sono apparse le prime pattuglie alleate. Dalle finestre che danno sulla stretta via Altabella s’inquadra uno spicchio della strada, dal quale si intravedono i primi liberatori avanzare guardinghi col fucile spianato. Scendiamo anche noi, la ressa è impressionante. I passanti abbracciano i soldati, l’aria sembra spaurita, la soddisfazione è evidente. Entriamo in San Petronio: è deserta o quasi, e il sacerdote celebra la messa davanti a una mezza dozzina di fedeli e combattenti. Fuori sfilano polacchi, inglesi, americani e camioncini stracarichi di partigiani: quelli calati dalla montagna o che hanno atteso in città”. Poi c’è la gente, che “urla e fischia, qualcuno persino sputa”, e ci sono le azioni, tante e disparate, festose e drammatiche: “Due esecuzioni sono state eseguite in piazza, le finestre s’imbandierano, gli applausi non hanno sosta, i muri si arabescano di manifesti, il prefetto Borghese e il sindaco Dozza arringano la folla dal balcone di Palazzo d’Accursio...”.

Settantadue anni oggi dalla Liberazione di Bologna, è dalle pagine ingiallite di un diario, custodito per tutti questi anni in una casa di Milano, che le emozioni e le immagini di quelle ore tornano vivide come nessuna foto o filmato muto potranno mai restituire. A redigerle è un direttore di banca, Aldo Gilberti, all’epoca dei fatti responsabile della filiale bolognese della Banca nazionale dell’agricoltura di via Altabella.

Da quelle pagine, corredate dai ricordi del figlio Franco, che spiega di aver trascritto il racconto di suo padre per lasciarne memoria ai figli e di averlo poi inviato al Carlino per dovere storico, l’atmosfera concitata di quei momenti torna a galla attuale e adrenalinica. Partendo dai prodromi, uno tra tutti lo scoppio della polveriera alla Lunetta Gamberini. "Un'ortaglia - riferisce l'autore del diario - che cela un modesto fabbricato dentro il quale, in padiglioni occultati da fronzuti alberi  trovano lavoro 50-60 operai nel confezionamento di spolette per armi leggere". Qui il racconto del padre, si intreccia con il figlio, in cantina con la madre e i fratelli quando il 18 settembre 1944, "dopo un primo tentativo fallito un ridotto stormo di bombardieri riuscì a centrare la polveriera" e "al culmine del terrificante schianto, la porta d'ingresso della cantina, scardinata dalla propria sede, attraversava con velocità supersonica il piccolo locale, sospinta da un vigoroso spostamento d'aria". La stessa distruzione che "ha arato il soffice terreno della Lunetta, riducendo la zona a un paradossale crivello". E poi ancora, in crescendo, le bombe sull’Ospedale Maggiore, le case occupate e razziate dai tedeschi in via delle Rose, i bombardamenti in centro fino al 21 aprile, e alla Liberazione.

La famiglia Gilberti, riporta Aldo nel suo diario, dopo vari spostamenti in quei giorni dormiva nel magazzino stampati al piano di sopra della banca. E’ da lì che il ragionere osserva e riporta “le file dei liberatori che si ingrossano di ora in ora” e quelle “dei curiosi e degli entusiasti”, “lo spettacolo sempre rinnovato del contrasto tra la confusione fra popolo e l’ordine fra le truppe” e “le sigarette distribuite ai passanti, che contraccambiavano con uova: il mercato nero in piena luce!”. Poi c’è la gioia, e c’è la folla “resa frenetica dal pensiero di non dover guardare più in alto per la minaccia di un rombo ben conosciuto, pazza di non imbattersi più nella divisa del teutone”. Ma “in fondo al senso di liberazione – sono le ultime parole trascritte –, c’è l’ombra di un velo di malinconia: che tra le tante preghiere possa germogliare una speranza che ponga fine alla sofferenza di questo Paese”. E' la fine del diario, e l'inizio di una nuova vita.