Bologna, 20 febbraio 2016 – Ecco l’ultima intervista pubblicata da Qn - il Resto del Carlino a Umberto Eco il 15 febbraio 2015 in occasione dell’uscita del libro ‘Numero Zero’.

E con questo Preciso Smentuccia e la sua richiesta di rettifica dell’articolo ‘Alle Idi io non vidi’ come sela caveranno il direttore e i sei giornalisti del quotidiano ‘Domani’, fondato a Milano dal commendator Vimercate come strumento di ricatto, di pressione, di conquista dei salotti della finanza? Nella scombinata redazione dove tutti i nomi corrispondono ad altrettanti caratteri tipografici (esempio: Braggadocio, Cambria, Palatino, ecc.) e nessuno viene da uno straccio di carriera, si prova e si riprova, sotto l’occhio del direttore. È il10 aprile del1992, poche settimane dopo lo scoppio di Tangentopoli, dei primi arresti. ‘Numero Zero’, il nuovo romanzo di Umberto Eco, edito da Bompiani, il settimo della serie narrativa dell’83enne semiologo, è tutto imbevuto del clima allucinato, febbrile, da incubo grottesco, e noir, di quello che fu indicato come il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. E sceglie il giornalismo cialtrone (sperando che ce ne sia ancora uno virtuoso) come punto d’osservazione di un sistema che crollava da tutte le parti.

Professor Eco, perché la scelta del 1992?

«È un anno cruciale perché sembrò un displuvio, l’inizio di una nuova era.Tutto venivalavato, tutto diventava pulito. Mani Pulite. Invece fu il contrario, cominciava il giornalismo della macchina del fango».

Non è una novità, basta pensare ai tabloid domenicali inglesi...

«Oh, anche nelle ‘Illusioni perdute’ di Balzac i giornalisti sono tutti figli di buona donna. Prima, però, se un presidente degli Stati Uniti non ti piaceva lo ammazzavi, come accadde a Lincoln il 15 febbraio 1865. Ma Clinton dovette rispondere di ciò che faceva nel suo studio, o in camera da letto. La distruzione di un personaggio avveniva attraverso un attacco frontale mediatico, personale».

La macchina del fango funziona in tutti i giornali?

«Non esattamente e non ugualmente. C’è chi denuncia, e c’è chi usa la tecnica adottata da un certo giornale di destra e da un direttore autorevole versoDinoBoffo, direttore di ‘Avvenire’, accusato pubblicamente e in modo del tutto infondato di essere un molestatore e un omosessuale».

Il gossip è un’altra arma letale...

«Prende di mira qualcuno non con riferimenti a fatti precisi, ma con insinuazioni che non hanno nulla a che fare con la realtà ma insospettiscono il lettore. È capitato a me, quando ho letto che ero stato visto in un ristorante cinese con uno sconosciuto; ed è andata anche peggio al giudice Mesiano, quello dello scontroFininvest-Cir perlaMondadori, bollato per essere un fumatore accanito e di portare dei calzini celesti».

Come se la caverà, il ‘Domani’ con lo Smentuccia, in una delle scene più comiche del libro?

«Come fanno tutti i giornali. Non accettando mai di smentire, anche se la legge lo imporrebbe».

Vimercate è Berlusconi?

«Non mi interessa. Non è l’unico con altre attività – case di riposo per anziani, alberghi, pubblicazioni come ‘Cosa c’è sotto’, in un’Italia dove quasi sempre l’editoria è dominata da altri interessi».

Per quale ragione il gossip dilaga?

«Nel momento in cui nasce la tv il giornale si settimanalizza, le notizie lagentele sa prima dal piccolo schermo, allora si deve guardare dietro le quinte. Il retroscena, niente di peggio».

Perché il primo capitolo e gli ultimi due sono stampati in un carattere diverso dal resto?

«Per favorire il lettore. C’è l’inizio e la fine, e in mezzo il flash back».

In compagnia di Braggadocio?

«Colonna, il caporedattore del giornale, un perdente nato, gira con lui Milano, quella antica e minacciosa di via Bagnera, o del Verziere un tempo malfamato con la chiesa di San Bernardino alle Ossa. Braggadocio nella redazione è il maniaco complottista, ossessionato dallo scoop per cui il vero Mussolini non fu uccisoma fuggì in Argentina.Alla notizia della suamorte, dopo uno scorrere di tutto e tutti fra le stragi, la P2, Stay behind, Miceli, Sindona, il golpe Borghese fu bloccato».

Un paranoico?

«Sì, anche se nellibro un ineccepibile programma della BBC condotto da Augias, gli dà ragione».

E oggi le cose vanno meglio o peggio che nel ’92?

«Non lo so, ho scritto di quell’anno, non del dopo. Questo è un Paese su cui è passato di tutto senza che si costruisse niente, che restasse niente. Sottolineo il pessimismo, ma è un problema personale. Come il senso di responsabilità».