Premio Mascagni: parla l'amministratore delegato Salvatore Bocchetti
di Marco Girella
Bologna, 31 gennaio 2012 - Dove finisce la telecamera inizia il bisturi, manovrato da un chirurgo che non guarda il corpo sul quale sta intervenendo ma un monitor sopra la sua testa. Benvenuti nella sala operatoria del ventunesimo secolo, che ha sostituito i tagli a cielo aperto con i piccoli fori necessari alla laparoscopia. Benvenuti nel mondo della Zaccanti spa, specializzata nella commercializzazione di apparecchi elettromedicali, cioè nella vendita di strumenti sottilissimi che contengono microbisturi e microtelecamere: tutto quel che serve per tagliarvi meglio dal di dentro.
Nata nel ’54 da un’idea di Franco Zaccanti, sviluppata dal figlio Carlo, l’azienda ha dovuto affrontare il trauma peggiore nel 2007, quando il titolare è stato ucciso in Venezuela dai banditi che lo avevano rapinato e ai quali era riuscito a riprendere l’orologio. Un momento terribile, che la Zaccanti ha superato grazie alla resistenza della famiglia proprietaria e del management. Cosa sia successo poi, lo racconta Salvatore Bocchetti, amministratore delegato dell’azienda.
Quando è arrivato alla Zaccanti?
«Nel 2009. La mia formazione, però, era da analista finanziario. Ho lavorato per diverse multinazionali e l’idea di avere un ruolo operativo in una piccola azienda mi preoccupava. Quando ho sposato Elena (la presidente, ndr), la famiglia mi ha chiesto di prendere le redini della società e alla fine ho accettato».
Dopo la morte di Carlo Zaccanti è arrivata la crisi economica più dura, eppure avete continuato ad aumentare i fatturati.
«Il management e la famiglia hanno saputo resistere in un momento veramente difficile. Io ho aggiunto le mie competenze. Ho analizzato tutti gli aspetti contabili, la gestione finanziaria, l’organizzazione, e ho proposto una ristrutturazione gestionale che ci aiutasse ad affrontare meglio le sfide del mercato».
In pratica, ha riorganizzato un’azienda che andava bene.
«Certo. Così abbiamo fatto efficienza, curato meglio il magazzino che per noi vale tre milioni di euro, assunto tre persone in ruoli chiave e pensato a svilupparci, crisi o non crisi».
E ci siete riusciti?
«Dal 2009 abbiamo aumentato il fatturato del dodici per cento all’anno».
Efficienza a parte, grazie a quali scelte?
«Abbiamo puntato sull’altissima qualità dei prodotti della Storz, di cui abbiamo l’esclusiva in Emilia e Veneto. Costano di più ma danno maggiori garanzie. Prima di venderli li facciamo provare ai chirurghi per mesi».
Voi date a un medico un apparecchio che, in pratica, lui deve imparare a usare.
«Spesso si tratta di evoluzioni di strumenti che i chirurghi usano già. Altre volte rappresentano una vera e propria rivoluzione. In questo caso dobbiamo investire molto in formazione, sia dei nostri venditori che dei clienti finali. In realtà noi vendiamo alle Asl, ma i medici sono gli utilizzatori reali».
Commercializzate anche intere sale operatorie.
«Parliamo sempre di sale intelligenti, con un impiego di tecnologie straordinario. Sale che, per esempio, permettono a un chirurgo di operare e di chiedere contemporaneamente un consiglio su come intervenire a un collega che si trova in un’altra parte del mondo».
Il bisturi via satellite.
«Le possibilità offerte oggi dalla tecnologia sono infinite. Per esempio può registrare tutti i dati riguardanti un intervento chirurgico che restano in una scatola nera, sono riproducibili su cd e danno maggiori garanzie sia ai pazienti che al personale impegnato nell’intervento».
Mi colpisce il fatto che il vostro magazzino sia così piccolo e abbia un valore così elevato.
«Vede questa asticella di metallo? Secondo lei quanto vale?».
Duecento euro, a stare larghi.
«Ne costa ottomila. Deve poter supportare bisturi, fibra ottica, linea della telecamera».
Capito. Il prossimo passo nella fantascienza quale sarà?
«A fine 2012 dovrebbe arrivare la camera operatoria in 3D. Sarà un salto tecnologico e anche mentale. Richiederà addestramento e formazione veramente impegnativi. Ma offrirà ai chirurghi anche nuove straordinarie opportunità».
Marco Girella