Bologna, 11 ottobre 2016 - Chi lo ha detto che l’università italiana non sa fare affari con l’industria? Dipende dall’industria. E dall’università. Argomenti che Alma Automotive, per evitare dubbi, ha scritto sulla sua carta d’identità. Davide Moro e Nicolò Cavina, fondatori e rispettivamente presidente e vice. Partiamo dalla fine: da quando non avete nulla a che fare, formalmente, con l’Università?

"L’ateneo è stato nostro socio al 10% fin dall’inizio, è stato nostro socio fino all’anno scorso».

Poi cos’è successo?

"Siamo stati maturi per camminare del tutto sulle nostre gambe".

Chi è entrato al posto dell’ateneo?

"Luca Solieri che nel 2012, quando siamo nati come azienda, fu il primo collaboratore. A lui facemmo una promessa: se le cose fossero andate bene, sarebbe diventato socio...".

Sono andate bene.

"I nostri clienti, oggi – ma è stato così fin da subito – sono quasi tutte le aziende della cosiddetta Motor Valley. In più, da qualche tempo, vendiamo i nostri prodotti in Germania e Regno Unito, con un fatturato estero del 12%, in forte crescita. Infine: dopo essere nati esclusivamente per l’industria dell’automotive, abbiamo iniziato in questi anni a guardare al di fuori, vendendo i nostri prodotti nell’ambito dei processi industriali".

Vendere cosa?

"Hardware e software per supportare lo sviluppo di propulsori e dei veicoli; sistemi di misura, diagnostica e controllo di bordo; supporti per le analisi delle prestazioni in ambito corse e motorsport; infine sistemi di calibrazione e supporto alla prototipizzazione rapida delle novità che le case hanno in mente".

Tutti argomenti che si tengono gelosamente in cassaforte.

"Abbiamo fatto della fiducia del cliente nei nostri confronti, e nostra nei confronti di dipendenti e collaboratori, una delle parole chiave".

Come avete convinto i grandi marchi a fidarsi?

"Potevamo spendere il nome dell’Alma Mater e i rapporti consolidati che le case automobilistiche intrattenevano da anni con Università e noi".

Perché staccarsi, se l’Università era la carta vincente?

"Fu Giorgio Minelli, il docente a cui facevamo capo, a capire che quel tipo di lavoro, non più sempre utile per la ricerca, poteva avere sbocchi imprenditoriali interessanti. Aveva ragione".

Quanto conta essere a Bologna, nel bel mezzo della Motor Valley?

"E’ stato e rimane fondamentale".

Il legame con l’Università, nel frattempo, si è reciso del tutto?

"Non sarebbe possibile. L’Università non è più socia, ma il nostro lavoro di ricerca, a cui dedichiamo ogni anno fino al 20% del fatturato, viene rivolto all’Università, sotto forma di borse di studio, finanziamento di dottorati e affitto di strutture. E il nostro team è composto per il 30% di dottori di ricerca e per il restante 70% da laureati magistrali, principalmente ingegneri meccanici ed elettronici".