Bologna, 8 settembre 2015 - All'origine della Citieffe c’è un osso rotto. Era il 1962 quando un artigiano di provincia si presentò al Rizzoli per una visita medica. Fu poi Oscar Scaglietti, luminare di ortopedia, scoperto il mestiere del paziente, a chiedergli a bruciapelo: «Lei quindi sarebbe in grado di produrre per me gli strumenti chirurgici che ora le descrivo?». L’artigiano ci provò, chiedendo aiuto a due colleghi. E così nacque un’impresa da 12 milioni di euro di fatturato.

Alberto Scoccianti (video), lei oggi è presidente del consiglio d’amministrazione. Come è entrato in Citieffe?

«Da magazziniere, durante l’università, prima della laurea in economia».

Dicono tutti così.

«In Citieffe è una specie di tradizione. Se considera che Franco Mingozzi, per lunghi anni a capo dell’azienda, ci entrò addirittura da operaio. Il primo operaio, anzi: nel 1961 fu il dipendente numero uno delle neocostituita società Citieffe».

Cosa producevano?

«Strumenti chirurgici, in origine: pinze, martelli, leve. Li produciamo ancora, anche se nel tempo l’applicazione principale è diventata la traumatologia».

Fiori all’occhiello?

«Due, soprattutto. Un fissatore esterno che si utilizza per stabilizzare il paziente nell’immediato, e ridurre il danno. E un chiodo endomidollare che cura le fratture femorree, soprattutto negli anziani. Lo abbiamo studiato per ridurre al minimo i tempi della chirurgia. E’ un nostro brevetto».

...che vi ha aperto le porte del mondo.

«La spinta all’export è stato l’obiettivo del mio mandato. Prima di allora ci limitavamo a poco. Oggi invece il 38% della nostra produzione va fuori dall’Italia. Molta America: Usa, Messico, Brasile, Colombia, Costa Rica...»

E il Rizzoli chi lo vede più.

«Loro sono stati i nostri primi clienti e per fortuna lo sono tuttora».

Vita facile, la vostra: quanta concorrenza avete?

«Solo una manciata di aziende in tutto il mondo. Ma si tratta di giganti».

E come se ne esce?

«Con loro spesso non è possibile competere sul prezzo. L’arma, perciò, è agire sulle performance. Lavorare con l’innovazione per arrivare a offrire un prodotto che, a parità di prezzo, e senza poter competere sul piano del marketing o della promozione, è in grado di offrire performance superiori in termini di tempi, risultati, riduzione delle complicazioni».

Resta intatto il dubbio iniziale: come può un’azienda bolognese performare più di una multinazionale americana?

«Qui entra in gioco il territorio. E il bolognese, come l’Emilia in generale, offre oggi una conoscenza in campo biomedico, associata all’eccellenza della manifattura e del nostro tessuto artigianale, fa sì che certi risultati siano possibili».