Bologna, 21 dicembre 2017 - "E' un vero peccato". Al netto di speranze sussurrate, timori giustificati e di un generico fatalismo, è questa la frase ricorrente fra i dipendenti de La Perla (VIDEO), all’uscita dal quartier generale di via Mattei. Se di ostriche sono pieni gli oceani infatti, le... ‘perle’ restano gioielli molto rari e il fatto che un’etichetta simbolo del lusso italiano sia sul punto di passare in mani cinesi non può che essere un segnale preoccupante. Questo, purtroppo, non solo a causa delle necessarie riflessioni macroeconomiche che l’annuncio di due giorni fa si porta dietro, con una Cina sempre più arrembante nei confronti delle nostre eccellenze produttive, ma, soprattutto, per i rischi che potrebbero correre i lavoratori, in procinto di entrare nella sconosciuta orbita del gigantesco fondo Fosun. 

Al termine di una giornata diversa da molte altre, nel freddo del fine turno di ieri, è proprio l’incertezza a regnare sovrana, fra l’esercito di sarti, operai e impiegati che, a larga maggioranza femminile, lascia trafelato gli stabilimenti gestiti, negli ultimi 5 anni, dalla Pgm di Silvio Scaglia. Molti visi, come prevedibile, sono scuri e tesi e in tanti, per non commentare, si rifugiano in una telefonata, in un generico "non mi sento bene" o in un sacrosanto "ho fretta perché devo andare a prendere i bambini". Lo stesso atteggiamento, questo, tenuto negli scorsi giorni dalla proprietà, che ha opposto un secco "no comment fino al termine delle operazioni" a chi chiedeva conto dell’improvvisa decisione di vendere, giunta come un fulmine a ciel sereno dopo le assicurazioni in direzione contraria pronunciate, non più di tre mesi fa, dallo stesso Scaglia. Il secco voltafaccia, le cui ragioni vanno forse ricercate in bilanci che stentano a decollare, nonostante i 350 milioni di euro investiti in La Perla dal fondatore di Fastweb, non è proprio piaciuto a chi ogni mattina si sveglia per dare il proprio contributo e gran parte dei commenti, in questo senso, spazia fra la rassegnazione e il risentimento.

"Non mi stupisco, perché ormai sono anni che ci vendono a destra e a sinistra", intona la voce stanca di una delle sarte, mentre una delle addette al campionario lamenta il "tradimento evidente di Scaglia, anche se, finché c’è qualcuno a comprarci, la speranza resta". "Più paure che speranze", invece, sono quelle che affollano la mente di una giovane segretaria, spalleggiata da un’altra collega più anziana, "delusa e indecisa su che cosa pensare", ma "sicura di preferire gli italiani ai cinesi". C’è stato, poi, anche chi si è sentito "ferito dal modo in cui abbiamo appreso del fatto, leggendo il giornale" e chi, fra i pochi uomini che abbiano scelto di esprimersi, ha ammesso candidamente di avere "paura che Scaglia se ne vada, perché, anche se l’azienda potrebbe andare meglio, oggi almeno sappiamo con chi abbiamo a che fare".

Meno pessimista, in attesa dell’incontro che, domani, vedrà le parti sociali conferire con la direzione per chiarire i piani futuri, è sembrata, infine, un’energica addetta alla produzione che lavora a La Perla dal 1993, "colpita, ma per nulla scoraggiata, visto che qui siamo abituati a rialzarci in fretta dopo gli scossoni". Un raggio di ottimismo nel buio delle Roveri, dunque, venato però da un’amara consapevolezza. "Tutti noi preferiremmo una proprietà nostrana – aggiunge infatti la signora – ma ormai sembra che i soldi li abbiano solo i cinesi...".