Bologna, 24 marzo 2015 - Trentatré milioni di rotelle prodotte in un anno. Buona parte, da trent’anni, finiscono sotto alle sedie che l’Ikea vende poi in tutto il mondo. Quelle rotelline nascono alla Emilsider Meccanica di Cadriano, a pochi passi dal mega-stabilimento Granarolo. Sorride Francescantonio Melara, 80 anni quest’anno, fondatore e ancora oggi a capo dell’azienda insieme a sua sorella Antonia. Guarda fuori e ricorda: «Quando arrivammo noi, qui c’erano dei campi, due o tre capannoni e un picchetto di sindacalisti».

Melara, ok per i campi, ma i sindacalisti?

«Erano lì per me. Pretendevano che abbattessi i decibel. E io a spiegargli che quei macchinari rumorosi erano anche gli unici sul mercato».

Come li convinse?

«Non li convinsi. Finì che spacchettai l’azienda. Da una ne feci 4 al di sotto dei 18 dipendenti. È ancora così».

Mani libere per licenziare...

«Ho licenziato una sola persona in 60 anni e per gravissimi motivi».

Come divenne imprenditore?

«Grazie al Carlino e a un matrimonio combinato in Calabria».

Qualcosa non torna.

«Le spiego. Orfano di padre a 17 anni, dovetti lasciare il liceo Righi e darmi da fare. Mia madre e mia sorella andarono in Calabria, dai familiari di mio padre, e io iniziai con qualche lavoretto. Ma non bastava. Quando le raggiunsi a Natale, mio zio disse: ci penso io, ti sposi qui, siamo d’accordo con la famiglia. È un ottimo partito».

Un affare.

«Ma avevo 17 anni! Presi tempo, tornai a Bologna disperato, comprai il Carlino e lessi un annuncio: ‘agente di bulloni cerca subagente’, iniziai da lì, poi mi misi in proprio».

Dai bulloni alle rotelle, com’è successo?

«Vuole la verità?»

Certo.

«Ero così imbattibile con i bulloni che i concorrenti mi fecero la guerra».

E le rotelle?

«Un grosso cliente toscano di cui ero diventato amico mi chiamò e mi spiegò che per sopravvivere avrei dovuto produrre anche dell’altro. Già, ma cosa? Rimanemmo mezz’ora a guardarci, finché ebbe un’idea. Indicò le rotelle di un mobile e mi disse: le sai fare?»

Lei le sapeva fare?

«Ovviamente no: c’era la plastica, la lamiera... io ero bravo a fare bulloni».

Rinunciò.

«A 24 anni non si rinuncia a nulla. Tornai in fabbrica, chiamai il mio capo-officina, gli spiegai il piano, poi contattai un mio ex compagno di liceo che stampava plastica, trovai un artigiano che lavorava la lamiera... in sette mesi producevamo rotelle».

All’estero, quando andò?

«Non fu facile. Ricordo i primi viaggi in Germania. Bussavo alla porta di un potenziale cliente ma non riuscivo a superare la guardiola. Il portiere mi guardava e diceva ‘Italienisch rauss’. Il proprietario osservò la scena così tante volte che, a un certo punto, si affacciò e mi fece cenno di salire. Sono ancora nostri clienti da allora, sa?».