Bologna, 9 settembre 2014 - ALTRI tempi quelli in cui un giovane pasticciere può permettersi, nelle rare ore libere, di comprarsi una pressa manuale in società con un amico e avviare una piccola produzione di mollette di plastica per arrotondare. E, magari, cinquant’anni dopo, lasciare alle sue nipoti un gioiellino da 27 dipendenti, 4,3 milioni di euro di fatturato e la certificazione Umiq (è la prima azienda a Bologna a ottenerla) per la valutazione del potenziale innovativo dell’azienda.
Valeria Pizzoli, quel pasticciere era suo suocero, e l’azienda è la Lairt.
«È un acronimo, che sta per Lavorazione articoli iniezione resine termoplastiche. Athos Belelli l’avviò come piccola attività artigianale nel 1957, in un piccolo laboratorio preso in affitto in via Decumana dove si rifugiava dopo il lavoro. Ma nel 1962 il volume d’affari era già divenuto tale da costringerlo a una scelta. Così mollò la pasticceria, affittò 300 metri quadrati di capannone qui in via Emilia Ponente e fondò la Lairt».
Lei sarebbe arrivata di lì a poco?
«Entrai in azienda nel 1967. Ero la giovane fidanzata di suo figlio Paolo, che Athos volle subito in azienda con lui, nel 1962, in qualità di socio. Ma aveva 17 anni, e all’epoca si diventava maggiorenni a 21. Così dovette avviare le pratiche per ‘emanciparlo’, allora si faceva così».
Ma era davvero così facile, ai tempi, entrare in un mercato da zero e diventarne leader?
«I mercati non erano un problema. Semmai il vero problema erano le competenze, che nessuno all’epoca aveva. Così capitava che chi, a furia di lavorare, diventava bravo, come mio suocero e suo figlio, facesse subito buoni affari. E poi, consideri, erano gli anni della Moplen: di lì a pochi anni il mondo sarebbe stato rivoluzionato da quella nuova plastica».
Per voi, quale fu la svolta?
«La prima commessa per la Giordani, il colosso di giocattoli e carrozzine di Casalecchio. Arrivammo a lavorare quasi esclusivamente per loro. Lavoravamo ‘come i cinesi’, come si suol dire: notte e giorno, sabati e domeniche, pur di rispettare le consegne per loro».
Finché non arrivarono i cinesi veri, e la Giordani fallì. Voi che faceste?
«Guardammo altrove. D’altronde ormai avevamo un nome e una competenza specifici. Da quel momento cominciammo a lavorare per il mondo dell’automotive e per la Ducati, con cui lavoriamo ancora oggi. Insieme con Ferrari e altri marchi».
Molte aziende di stampaggio di plastica hanno chiuso o sono passate ad altri materiali. Voi, finora, siete sempre cresciuti. Qual è il segreto della vostra longevità?
«L’affidabilità, che genera rapporti saldi. Vede, noi abbiamo clienti con cui lavoriamo costantemente, ogni mese, da mezzo secolo».
Nel frattempo la Moplen non c’è più: la plastica è cambiata molto?
«Totalmente. Si è diversificata, è migliorata, si è raffinata. Se penso al costo di certi tipi di plastica con cui lavoriamo... 90 euro al chilo. Roba da gioielleria».
Alla guida dell’azienda oggi ci sono le sue figlie. Dove guarda la terza generazione dei Belelli?
«Puntiamo a fonderci con con un’azienda nostra socia, che realizza per noi gli stampi. E così facendo contiamo di ingrandire lo stabilimento. È il mercato che ce lo chiede. E il mercato, vien da sé, ha ragione».