ALLA VIGILIA della sua vendemmia numero 53, Umberto Cesari non molla. Gira il mondo, organizza eventi, meeting e tasting nella sua cantina nuova di zecca (600 botti) sulle colline di Castel San Pietro (a due passi da Bologna , ideale confine tra Emilia e Romagna), lancia raffinate campagne di comunicazione per accogliere i passeggeri in arrivo all’aeroporto del capoluogo emiliano. 
Non basta. Investe sui social lanciando l’Umberto Cesari Wine Club, prepara il bilancio di sostenibilità (riduzione emissioni, bilancio energetico, carbon footprint, ecc), va in Canada (dove è il secondo esportatore dall’Italia e dove il figlio Gianmaria, amministratore delegato dell’azienda, è di casa) e apre un corner di degustazione allo stadio dei Montreal Impact della famiglia Saputo, proprietaria anche del Bologna Calcio. E fra una cosa e l’altra allarga il vigneto di famiglia che adesso conta 180 ettari di proprietà e 170 in affitto, tutti tra Castel San Pietro e Imola. Solo vigneti. «Produciamo uva e facciamo vino. Punto. Non facciamo altro. Facciamo tutto in casa, abbiamo il controllo totale della filiera. Puntiamo soltanto a migliorare anno dopo anno il frutto dei nostri vigneti, attraverso ricerca e innovazioni incessanti, anche a livello tecnologico».
L’ULTIMA NOVITÀ è un selettore ottico che consente di fare il terzo passaggio di selezione delle uve per i cru aziendali, Tauleto e Liano. La collocazione geografica racconta la vocazione enoica dell’azienda Umberto Cesari: a metà tra Emilia e Romagna, ma con un piede e mezzo che parla romagnolo. Dei 4 milioni di bottiglie prodotti, sono i rossi in primo piano, quelli che lo hanno fatto diventare il primo produttore privato di Sangiovese in regione con una quota di export vicina al 90%. Però il mezzo piede che sta in provincia di Bologna, lo fa diventare bianchista. Il Liano bianco (blend chardonnay-sauvignon), dice, «mi dà grandi soddisfazioni. Poi vedo alla grande il Pignoletto, un vino dalle potenzialità enormi, la migliore alternativa al prosecco. Però andrebbe promosso in modo adeguato». Poi ci sono i «vini iconici» , come l’Albana passita Colle del re: «un bicchiere che amo, lo servo freddo a fine pasto e tutti lo adorano. Però su anche questi vini dolci da fine pasto, dove l’Emilia Romagna può dire la sua, bisognerebbe lavorare di promozione, farli conoscere, farli apprezzare. Noi continueremo a produrli, anche se qualche volta è più la fatica del gusto…».
Dal Trebulus dei legionari romani agli antichi vitigni della Curia
L’AZIENDA di Umberto Cesari, fondata nel 1965, si trova sulle colline che dominano la via Emilia. Il vigneto si estende su 90 ettari. Nel Colle del Re (380 metri sul mare), si coltiva l’Albana di Romagna Docg “Colle del Re”; Al Parolino si coltiva il Trebbiano, l’antico “Trebulus” dei legionari romani, citato da Plinio nella sua “Storia Naturale”; nella Cà Grande si coltiva il vitigno Sangiovese di Romagna Doc, da cui proviene l’ uva più importante dell’Azienda; il podere Laurento è stato acquisito nel 1988 dalla curia di Bologna: qui sono impiantati vigneti sperimentali di Chardonnay e Pignoletto.

UNA STORIA, quella di Umberto Cesari, cominciata negli anni Sessanta (secolo scorso). Venti ettari in collina, allora valevano poco o niente. Di boom del vino italiano manco a parlarne. Il sangiovese finiva in bottiglioni per le vacanze a buon prezzo dei turisti sulla Riviera adriatica. Solo Umberto e la moglie Giuliana a credere in un percorso di qualità. «Le uve di questi vigneti collinari erano perfette, qui il Sangiovese esprimeva qualità e territorio. Valeva la pena investirci sopra». 
E ALLORA via in America a girare per i ristoranti di Manhattan a proporre un sangiovese che non era quello toscano, ma altrettanto buono. Negli anni ’70 arriva il Liano , il primo rosso di punta, pluripremiato sangiovese-cabernet morbido ed elegante che finisce celebrato anche in un legal-thriller di Grisham, The broker. E’ il successo. Poi arrivano i Sangiovesi riserva, tra cui spicca il Tauleto. Nella terra dei colossi cooperativi Umberto Cesari è la mosca bianca, il privato che ha puntato sulla qualità, sulla tipicità e sui mercati esteri. E ha fatto centro. «Non è stato facile, ce l’abbiamo fatta facendo sempre innovazione e tenendo la barra dritta sui gusti del consumatore, che è il nostro solo giudice». Tutti oggi guardano ai mercati dell’Asia per crescere…»Giappone, Cina, Singapore per noi non sono mercati nuovi. In Cina ci siamo da 20 anni, a Singapore da 25. Il grande boom qui non c’è mai stato, però i consumi crescono, è importante esserci. I nostri rossi importanti come il Liano, le Riserve piacciono perché si sposano bene col cibo orientale. Chi l’avrebbe mai detto?».