Bologna, 24 aprile 2015 - SI SCRIVE liquidazione coatta, ma alla Cesi si legge ‘botto’. Un botto che alla coop edile di Imola con avamposti sotto le Due Torri sfiora il mezzo miliardo di euro perché a tanto, alla fine, ammonta il debito dell’impresa da luglio in liquidazione coatta amministrativa. Mercoledì il commissario Antonio Gaiani, ha depositato lo stato passivo di quella che, fino a non troppo tempo fa, rientrava tra le prime dieci imprese costruttrici d’Italia, con cantieri e appalti lungo tutta la penisola. Ciò che resta della Cesi oggi sono pagine e pagine di numeri, disseminati in una lista di 1.866 creditori, tanti nel Bolognese e che lasciano poco spazio all’immaginazione: Cesi è saltata perché schiacciata da 464 milioni 827.693 euro di debito complessivo.

BEN di più di quei 375 milioni che erano stati riferiti ai sindacati, nei tavoli con l’azienda. E nelle pieghe di quei numeri spuntano anche richieste di volti illustri, consulenti e dirigenti dalle parcelle importanti, e i primi veri sconfitti: le banche. Sono loro le maggiori creditrici di Cesi e, su tutte, quell’Unipol di cui la coop edile era azionista e che per anni (dal 1995) ha espresso pure un consigliere d’amministrazione di peso, Vanes Galanti. Galanti, storico direttore generale di Cesi, dalla coop edile se ne andò nell’ottobre 2013, ma dal gruppo Unipol si è dimesso oltre un anno dopo, a novembre 2014.

Dei 465 milioni di debito, 18,8 sono dei cosiddetti creditori ‘privilegiati’, sostanzialmente i dipendenti con i loro stipendi e tfr ancora da ritirare, e imposte non pagate dalla coop. Crediti questi che la liquidazione dovrà onorare per primi e per intero.

A SEGUIRE toccherà a tutti gli altri (con ciò che avanza), quei creditori chirografari che valgono 446 milioni 43.648 euro. Ma chi sono? Tanti, tantissimi sono fornitori ma il debito che Cesi ha nei loro confronti non è nulla paragonato a quello con le banche: dei 446 milioni di euro di debito, infatti, ben 390 milioni 873.901 sono verso gli istituti di credito tra mutui, conti correnti, scoperti (106 milioni circa), garanzie bancarie (238 milioni ) e garanzie assicurative (47 milioni). Un buco nero in cui Unipol ci ha ‘perso’ più di tutti, 84 milioni di euro. E di quei 391 milioni prestati dalle banche, 220 sono stati chiesti da Cesi a garanzia delle sue società partecipate. Come il Soratte Outlet, il cui valore societario è sceso di oltre due terzi da un anno all’altro, o il Parcor di Parma, altro centro commerciale, che nel 2013 valeva la metà del 2012.

Scorrendo la lista dei creditori, non mancano le curiosità. Come gli 814mila euro chiesti da Francesco Sutti, ex presidente di Atc che a Imola, nel ruolo di direttore, era approdato negli ultimissimi mesi di vita della coop (da febbraio a luglio 2014). Con l’arrivo del commissario liquidatore, tutti i dirigenti sono stati licenziati ma Sutti ha chiesto che gli venisse riconosciuto l’intero importo contrattuale, della durata di tre anni, ‘stracciato’ al di là della sua volontà. Il commissario però, si legge nelle carte dello stato passivo, ha accolto la sua richiesta per circa 6mila euro. In pratica, lo stipendio dei emsi effettivamente lavorati.

ALTRO nome di spicco nell’elenco dei creditori è quello di Alessandro Servadei, commercialista ma soprattutto noto alle cronache per essere stato l’ultimo presidente del gruppo Mercatone Uno che ha traghettato l’azienda all’amministrazione straordinaria. Per una consulenza effettuata nel 2014, Servadei ha chiesto a Cesi 225mila euro, ‘concedendo’ già un forte sconto: all’inizio il suo onorario ammontava a 3,3 milioni di euro. Ma nonostante la pretesa al ribasso, la richiesta di Servadei non è stata ammessa. Tanti poi i Comuni che da Cesi avanzano pretese, soprattutto per imposte: 195mila euro Imola (più 138mila di danni che però il commissario non ha ammesso), 8.500 a Castel Guelfo, 69.700 a Castel San Pietro (più 128mila non ammessi), 41.200 a Dozza. Tra le aziende, spicca la Trascoop: 435.629 euro di credito, non la cifra milionaria vantata da altri ma si tratta dell’azienda diretta da Rino Baroncini, ex presidente storico di Cesi, che dopo essersi dimesso aveva subito trovato lavoro.