E Pasquino stanga il Pd
"A Bologna c'è la cupola"
Durissimo atto d’accusa del politologo ed ex candidato sindaco: "Dietro a Delbono un blocco di potere per mantenere il controllo del Comune"
Bologna, 16 febbraio 2010 - “A quasi un mese dalle tardive dimissioni del sindaco Delbono, non sembra esserci adeguata, corretta e ampia consapevolezza di quello che e’ effettivamente successo a Bologna”. Che non e’ solo “un affare di donne e di soldi”. Bensi’ la prova dell’esistenza, a Bologna, di un “blocco di potere che aveva deciso, con la sola motivazione di mantenere il controllo del Comune, di appoggiare il candidato del Pd, a prescindere da qualsiasi altra considerazione. Poi, ci avrebbero pensato loro”. E’ il durissimo atto d’accusa di Gianfranco Pasquino, politologo ed ex candidato sindaco, colui a cui venne imputato di aver tolto, da sinistra, i voti che impedirono a Flavio Delbono di vincere al primo turno delle amministrative.
Alla vigilia dell’ultimo giorno del primo cittadino a Palazzo D’Accursio, Pasquino ha deciso di raccontare “due o tre cosette che so sulla cupola del Pd a Bologna e su chi ne fa parte” (cosi’ si intitola un suo lungo intervento scritto) e ne ha per molti.
Quando parla del “blocco di potere” che sostenne Delbono, tanto poi ci “avrebbero pensato loro”, aggiunge infatti che “questa non proprio nobilissima motivazione fu condivisa da ex sindaci rossi, Zangheri e Fanti, da piu’ o meno autorevoli parlamentari, in carica e non, dai presidenti delle cooperative che ho incontrato (ma anche da quelli della Cgil e della Cna che non hanno voluto neppure incontrarmi); incontri sgradevolissimi come quello con il presidente del Consorzio Cooperative Costruttori, Piero Collina, della cui tesi in Scienza politica fui, quasi 40 anni fa, relatore”. Implacabile, Pasquino lo e’ anche sul Pd: i dirigenti, dei quali si auguro’ la sconfitta, “sono effettivamente stati sconfitti dalle loro scelte sbagliate, ma, sfortunatamente per la citta’ e per il Pd, non stanno pagandone il fio”.
Al contrario, continua Pasquino, i dirigenti del Pd e “le diverse componenti del blocco di potere si sono soltanto acquattate sperando che il commissariamento della citta’ sia breve affinche’ possano tornare, come se niente fosse successo, a servire i propri interessi e le proprie carriere con rinnovata arroganza”. Perche’, secondo il politologo, cio’ che il dibattito in corso “sembra volere trascurare, per ignoranza o per malafede, non e’ tanto e non e’ soltanto l’esistenza effettiva di un blocco di potere e del suo radicamento”, ma che quel blocco di potere “e’ accecato, piu’ o meno consapevolmente, dalla sua arroganza” e quindi ritiene di potersi “permettere tutto a cominciare dalla scelta di un candidato mediocre, ma arrogante, quindi adeguatamente rappresentativo del gruppo dirigente”.
Come ci si e’ permesso, aggiunge Pasquino, di affermare “che il consenso elettorale (mitico il segretario provinciale in scadenza, Andrea De Maria, con la sua scivolata berlusconiana ‘gli elettori (su Delbono) si sono gia’ espressi’) cancella eventuali misfatti contabili e amministrativi”. Idem per le dimissioni di Delbono “salutate da chi, Romano Prodi in primis, ne sapeva certamente molto di piu’, come un ‘gesto di sensibilita’’, mentre erano soltanto un atto troppo a lungo rinviato e gia’ arrivato ai limiti della decenza”. L’arroganza del potere, avverte pero’ Pasquino, “fa perdere la testa, ma purtroppo non tutti hanno perso la carica”. E lo prova, a suo dire, la candidatura di assessori e consiglieri comunali uscenti per la Regione (Pasquino cita in particolare il vicesindaco Claudio Merighi).
Pasquino stanga anche chi, come Romano Montroni (direttore delle Librerie.Coop “e, prima della campagna elettorale, mio amico”), e i “molti, ad esempio anche il senatore Pd Walter Vitali, che sostennero che Delbono era un bravo amministratore. Mentre, nel migliore dei casi, poteva essere definito un contabile che, peraltro, sbagliava i conti”. Preso di mira e’ anche “il silenzio delle donne del Pd, che non potevano non essere al corrente delle modalita’ con le quali l’assessore Delbono si rapportava alle donne”: un fatto “assolutamente preoccupante”.
Insomma, “il punto che conta” e’ che “molti sapevano” e “qualcuno aveva sperato nell’insabbiamento, grazie ad una magistratura passivamente benevola, disposta ad una ‘benevolenza ambientale’”, conclude il politologo.
