Bologna, 13 ottobre 2017 - Ha vent'anni, è figlio di un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa ed è tesserato Pd. Italo Pomes, 20 anni, è ora al centro della polemica politica – in parte clandestina – e di dibattiti sui social network: il suo nome, da ieri, è legato allo scontro più aspro nel minato fronte del congresso bolognese dei dem.

La sua famiglia è al centro della discussione: come si sente?

"Dispiaciuto, ferito e amareggiato. Ho letto sui giornali e sui social network di questa vicenda, molte accuse anche velate e tristi. A questi altri iscritti vorrei chiedere: qual è il problema? Perché non vi esprimete pubblicamente, ma solo in maniera così subdola? Sì, mio padre è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Aspettiamo gli altri gradi di giudizio, intanto. Soprattutto non vedo, perché questo debba ripercuotersi negativamente sul mio impegno e sulla mia famiglia, non riesco a capirlo. Che colpe ho io, a 20 anni? Speravo di essere iscritto a un partito di sinistra garantista e riformista, conscio che la gogna mediatica non fa mai bene; evidentemente non tutti la pensano così".

Nei giorni scorsi, però, aveva inviato una mail alla federazione dicendosi disposto a non votare se questo fosse stato di imbarazzo. Perché?

"A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno. Ho sperato che la privacy degli iscritti venisse tutelata, ma temevo qualche attacco strumentale che avrebbe rischiato di minare la tranquillità della mia famiglia, in primis, e anche quella del Pd di Bologna. Per me la tessera non è un semplice strumento per votare, ma molto di più".

Andrà quindi a votare al congresso, dopo tutto quello che è successo?

"Non lo so, voglio pensarci. Da un lato non farei mai nulla che possa mettere in difficoltà il partito, dall’altro, però, mi sentirei privato di un diritto democratico".

Non si può cancellare la storia di suo padre, questi sono fatti. Il tema dell’antimafia è diventato centrale nel dibattito: cosa ne pensa?

"Io la definirei una storia che deve per larga parte essere scritta: vi è una condanna in primo grado e le motivazioni del tribunale devono ancora essere pubblicate. Quindi la ritengo una storia parziale, in corso di svolgimento. Il rancore e la rabbia non fanno parte del mio modo di essere, chi getta discredito sulla mia famiglia sarà sempre il ben accetto alla nostra tavola e forse dopo aver assaggiato qualche piatto della nonna, cambierà idea su chi siamo, almeno lo spero. Ritengo che l’impegno antimafia sia alla base di ogni attività politica: anche per questo ho dedicato ore importanti della mia vita a una causa che reputo giusta".

Davvero la sua famiglia, che si è iscritta in massa, ha maturato un interesse verso il Pd? E come?

"Se non facciamo politica per aggregare e far appassionare la gente, perché dovremmo farla? Per dirci tra noi quanto siamo belli? Secondo me, no. Una cosa per cui tutti mi criticano è il non essere in grado di scindere il personale dal politico. Spesso a tavola con i nonni o con i miei genitori parlo e racconto loro delle innumerevoli attività che facciamo con i Giovani Democratici e con il partito. Il primo ad avermi chiesto informazioni è stato mio nonno, che con la passione e l’esperienza di ‘ciappinaro’ mi ha iniziato a chiedere come poter dare una mano in Festa. Poi è stato il tempo della nonna, che tra il referendum e un racconto sulla Festa in più ha deciso che vuole cucinare per tutti".

C’è anche sua sorella. Siete tanti...

"Ogni sera mi sente parlare di un argomento diverso e facciamo tardi parlando dei più svariati temi e delle più svariate iniziative che svolgiamo con i Giovani Demoratici. Un giorno mi ha chiesto di potersi iscrivere, in modo da poter dare un contributo maggiore. Pensavo che far iscrivere i miei familiari fosse un modo per contribuire a fare del bene, invece mi ritrovo e ci ritroviamo messi alla gogna a causa di quel fango anonimo di cui avete giustamente parlato".