La cantante lunedì al Dall'Ara con Guccini
di Andrea Spinelli
Bologna, 22 giugno 2012 - Per lei, nata a Modena “mentre le campane annunciavano il mezzogiorno”, salire lunedì sul palco del Dall’Ara è innanzitutto un atto d’appartenenza. Anzi un dovere, nonostante sia stata Milano a trasformarla in Caterina Caselli grazie al fiuto del discografico Alberto Carish, che la strappò a quelle balere cui rimangono aggrappati i suoi ricordi di adolescente per farle incidere Sciocca, primo 45 giri di una carriera carica di successi su e giù dal palco. E ancora oggi il legame della Signora con la sue radici, con quella voce che le parla dentro cullando i ricordi di ragazza, è tale da rubarle anche ‘sì’ precipitosi come quello a Beppe Carletti quando le ha chiesto di partecipare allo show.
“Un attimo dopo avere accettato mi sono detta: e adesso che faccio? — spiega la pasionaria emiliana nell’attesa di planare dopodomani a Bologna per le prove dello spettacolo —. Limitare l’intervento a una semplice presenza mi avrebbe fatto sentire a disagio verso gli altri protagonisti della serata e così ho deciso di cantare, anche se sono ormai 42 anni che non tengo concerti”.
Come ha risolto il dilemma?
“Telefonando a Francesco Guccini per chiedergli se se la sentiva di darmi manforte. Abbiamo deciso di cantare assieme Per fare un uomo, una sua canzone risalente all’epoca della collaborazione con i Nomadi che incisi pure io nel ’67 nell’album Diamoci del tu. Un pezzo di grande spessore che con Francesco ho già duettato nel ’98 su Rai Tre davanti alle telecamere di Nessuno mi può giudicare. Anche se in uno stadio le cose staranno diversamente”.
Perché Guccini?
Perché per lui ho sempre nutrito una stima enorme, presentandolo in tv addirittura come contemporaneo di Bob Dylan. E perché è uno di quelli capace di stringere i legami con la nostra terra al punto da farmi scattare naturale, nei discorsi, la molla del dialetto”.
Assieme all’omaggio di Laura Pausini e Cesare Cremonini a Dalla con L’anno che verrà, questo incontro a tre Caselli, Guccini, Carletti prenota un posto di primo piano tra gli eventi della serata.
“Nel mio caso è un po’ come se Rivera tornasse a giocare per un giorno in Nazionale: può reggere la sfida solo col partner giusto; e dovendo scegliere un artista ideale per questa rentrée ho pensato subito a Francesco”.
Quando quattro anni fa tenne le fila di Domani, il benefit discografico per gli abitanti de L’Aquila messo in piedi da Pagani, Sangiorgi e Jovanotti, difficilmente avrebbe immaginato di trovarsi un giorno a dovere aiutare la sua terra.
“Sì, anche se il terribile terremoto del 1570 e quello ben più recente del 1920 dicono che la nostra regione non è nuova a fenomeni di questo tipo”.
Pensa che lunedì sera, sul palco, proverà per un attimo i brividi dell’adolescenza?
“Beh, i primi rudimenti di questo mestiere li ho imparati nelle balere di Carpi, di Finale Emilia, di Maranello, di Reggio, di Correggio. Attorno ai quindici anni vivevo vicino a Sassuolo e frequentavo l’istituto professionale; tutti i giorni, andando a scuola, incrociavo un cartellone dell’Orcherstra Callegari che pubblicizzava corsi di canto e di musica. Se oggi sono qui lo devo a quel poster. Non solo, infatti, imparai a cantare, ma assieme agli altri allievi cominciammo pure a esibirci saltuariamente con l’Orchestra… E la cartolina precetto del cantante titolare Spaggiari mi regalò la grande occasione. Com’è andata poi lo sanno tutti”.
A casa i suoi come la presero?
“Ricordo che fu zia Ave ad accompagnarmi alla prima audizione, vincendo le ritrosie di mia madre Giuseppina che di vedermi dietro a un microfono non voleva proprio saperne. Col tempo, però, sono riuscita a farle cambiare idea”.
di Andrea Spinelli